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Le Isole Faroe sono un arcipelago del regno di Danimarca, situato esattamente a metà  tra la Scozia e l’Islanda. Lì Cecilie DebellMaria Tórgarð filmano Dania, una ragazza di vent’anni che frequenta un master di scrittura creativa e sogna di pubblicare libri. L’esigenza espressiva la sospinge verso la poesia e “Skàl!”, da cui il titolo del film, è l’incipit formulare con cui sceglie di iniziare ogni strofa del poema a cui sta lavorando: significa “alla salute!”, l’auspicio che sempre accompagna il brindisi.

Dania augura la salute – non a caso parola etimologicamente e semanticamente sovrapponibile, e da Dania di fatto sovrapposta, al concetto di ‘salvezza’, in questo caso spirituale – a tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che, come lei, sono cresciuti in una terra sì incantevole, ma anche frenata da inibizioni e dal rigido senso della morale insufflato dalla comunità religiosa che vi risiede.

Skál: un film-poema sulla gioventù che s’affida proprio alla poesia per riscrivere il suo mondo

‘Skál’ è un documentario di Cecilie Debell e Maria Tórgarð dedicato a una coppia di giovani abitanti di Tórshavn, capitale delle Isole Faroe.

È forse proprio là dove la natura spalanca all’uomo le sue fauci e si rivela nella sua bellezza e spietatezza radicali che la risposta umana allo stimolo naturale e alla consapevolezza di non poterlo controllare si traduce in un controllo di reazione, tanto stringente quanto illusorio, della ‘natura’ a che alberga dentro ciascuno: Dania non vuole andarsene da Tórshavn, la sua città, ma nondimeno desidera allentare, dentro di sé prima ancora che fuori, la morsa che stritola il soggetto in un conflitto tra carne e spirito, tra il richiamo pulsionale alla ‘sporcizia’ implicata nel contatto con l’altro – nel sesso, essenzialmente – e l’imperativo morale di ‘pulizia’ dell’anima, di aderenza a un codice di comportamento ispirato ai dettami cristiani.

Non è un caso che Trygvi, il ragazzo di cui si è innamorata, sia un rapper che costruisce le sue barre su crude antinomie, su condizioni e rapporti identitari tra loro inconciliabili, per cercare attraverso la parola di far sussistere, almeno sul piano simbolico, quelle contraddizioni che intorbidano ogni esperienza umana, che le rendono impossibile l’accesso al ‘regno dei cieli’ della coerenza affettiva.

La ribellione di Dania e di Trygvi non si rivela nel gesto eclatante dello strappo – l’abbandono del proprio mondo, della propria famiglia – ma appunto nella parola ‘nuova’, nel tentativo di ridefinire, tramite il linguaggio, i confini tra ciò che è concesso e ciò che è proibito. Il loro è, in fondo, un tentativo di ‘rieducare’ i padri, di accompagnarli poeticamente verso l’accettazione della ‘riscrittura’ del mondo ad opera dei suoi più giovani abitanti.

Film che rende testimonianza (e onore) allo sguardo poetico di una gioventù che alla poesia s’affida per capire e (ri)creare la società, Skál si fa anch’esso, mimeticamente, poema, esperienza insieme estetica e conoscitiva attraverso cui, anche se il luogo raccontato è un ‘altrove’ poco rappresentato artisticamente e mediaticamente, tutti possiamo trovare un’occasione di rispecchiamento o anche solo di abbandono affascinato all’enigma dell’essere giovani, del mancare, del voler non più ribaltare, ma arricchire ed espandere il futuro possibile, renderlo a suo modo più gentile e comprensivo delle differenze e delle contraddizioni umane.