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Berlinale 2020 – Siberia: recensione del film di Abel Ferrara

Psicologia e introspezione nel nuovo film di Abel Ferrara, in cui l’estetica e lo stile di regia sono ricercati e ambiziosi. Peccato per qualche piccola sbavatura narrativa.

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Abel Ferrara presenta in concorso alla 70° edizione del festival di Berlino il suo incubo a occhi aperti, Siberia, continuando la sua collaborazione con Willem Dafoe che qui interpreta un uomo in crisi che si rifugia tra le montagne innevate in solitaria per non avere più contatti con il mondo esterno. Questo è il sesto film che i due professionisti realizzano insieme, dopo il recente Tommaso presentato in anteprima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e al festival di Cannes.

Clint, il protagonista interpretato da Dafoe, gestisce un bar sgangherato frequentato da pochi locali Inuit e da un esploratore straniero un po’ particolare. Il suo comportamento con una donna incinta che va a trovarlo una volta in compagnia dell’anziana nonna fan della vodka ci suggerisce che lui sta per diventare padre, ma ben presto perdiamo di vista questa relazione, affogata dall’apparizione di altre donne di diverse etnie con cui l’uomo si scambia effusioni. Dalla sua baita Clint esce ogni tanto con i cani da slitta per esplorare i dintorni, ma lunico viaggio che compie è quello nella sua psiche attraverso una serie di visioni che somigliano a ricordi dolorosi che lo perseguitano. In un paesaggio sospeso avvolto da un silenzio assordante il nero domina linquadratura per un film psicologico e introspettivo, a tratti disturbante e violento. Passeggiando in alcune grotte buie e umide Clint incontra alcune presenze sinistre che si nascondono negli angoli, lamentandosi e condividendo con lui alcuni pensieri disordinati.

Siberia: il nuovo film psicologico e introspettivo di Abel Ferrara

siberia cinematographe.it

La pace del paesaggio in cui egli vive è rotto bruscamente da ricordi violenti come se il personaggio si fosse rifugiato in quei luoghi per dimenticare qualcuno o qualcosa, senza riuscirci. Il passato torna ad ossessionarlo per una esperienza metafisica in cui i dialoghi sono molto rari e lasciano spazio a riflessioni di una voce fuori campo. Si nota un richiamo all’inquietante La Casa di Jack di Lars Von Trier, mentre la deformità di alcuni personaggi e la componente visionaria al limite della follia ci ricorda lo stile di David Lynch, come se le paure prendessero corpo in una realtà già alquanto desolante. Siberia è un racconto dai tempi dilatati che non mantiene un ritmo dinamico.

L’estetica e lo stile di regia sono ricercati e ambiziosi, ma manca l’equilibrio per volontà di Ferrara che preferisce portare sullo schermo un film schizofrenico in cui la materia muta forma continuamente, senza il giusto effetto finale. Ci troviamo di fronte a un incubo a occhi aperti e la telecamera è iper invadente, riprendendo sempre da molto vicino i corpi dei protagonisti avvolti dalle ombre. Ferrara non è sicuramente un artista facile da metabolizzare, e Siberia è un manifesto del suo cinema che richiede un’interpretazione personale e ha un diverso effetto a seconda dello spettatore che diventa destinatario del suo messaggio. La confezione è una forma d’arte di spessore, anche se si lascia andare ad alcuni esercizi di stile superflui, ma il contenuto è caratterizzato da un’imperfezione narrativa che influenza la resa finale del film. 

Oltre a Willem Dafoe fanno parte del cast anche Dounia Sichov, Simon McBurney, Cristina Chiriac, Daniel Giménez Cacho.

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