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Tra gli eventi della 18esima edizione delle Giornate degli Autori, durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Senza fine è un documentario su Ornella Vanoni diretto dalla regista Elisa Fuksas. Il film, la cui distribuzione non è ancora resa nota, vede in scena principalmente la grande diva della canzone italiana e poche interazioni chiave, tra cui quella con la stessa regista che compare spesso in video abbattendo ogni regola del “dietro” e “davanti” la telecamera. Si tratta di un ritratto sincero e onirico allo stesso tempo, in cui coesistono un taglio realistico – quasi “crudo” – dell’artista e un tono fiabesco che vede la protagonista trasfigurarsi in un’affascinante creatura marina. La colonna sonora e i filmati di repertorio, insieme all’intervento di alcuni artisti amici, rendono il tutto estremamente interessante e gradevole, a tratti malinconico, a tratti divertente.

Senza fine, il cui titolo richiama uno dei successi di Vanoni, scritto per lei da Gino Paoli, è prodotto da Tenderstories, Wildside e Indiana Production.

La Diva Vanoni

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Per tracciare questo ritratto cinematografico di Ornella Vanoni, Fuksas sceglie di seguirla in alcuni giorni in un centro benessere, un posto isolato e lussuoso, nella sua asetticità ed eleganza. La scelta di questa location, e di concentrare la narrazione del personaggio nell’arco di una “vacanza”, unita all’ambientazione termale (il tema estetico e non solo dell’acqua è centrale in Senza fine) contribuiscono ad acuire la sensazione di sospensione, di straniamento fascinoso del documentario. Dove si perde in “cinema del reale”, si guadagna in poesia, autorialità. D’altra parte questo sembra essere l’unico ritratto possibile di Ornella Vanoni, oggi: un’artista che vive con serenità la propria età, che gioisce – anzi – del tempo passato, con uno sguardo languido ma non di struggimento verso i propri ricordi. È una signora sfuggente, una diva consapevole del suo ruolo nella storia dello spettacolo. Questo la colloca bene in un ambiente isolato, dove può concentrarsi sul racconto di sé, dei suoi collaboratori, dei suoi amici, dei suoi amanti.

Senza fine è un metadocumentario

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Nel corso del documentario diventa chiaro che il piano di lavorazione subisce qualche arresto e che i caratteri imprevedibili del cinema e della protagonista non sempre lavorano in armonia. Queste difficoltà sono prese di petto dalla regista che imbastisce – allora – un racconto del racconto, comparendo in scena e mostrando al pubblico anche quello che avrebbe voluto girare, ma che per forza di cose non ha potuto riprendere. Il legame tra le due artiste, Vanoni e Fuksas, è fatto di amicizia, affetto, sopportazione, stima. Tutto questo si riflette nel tono quasi familiare dell’interazione tra le due e nella libertà della protagonista nel rifiutarsi o di lamentarsi di alcune scene. E questo è raccontato con amorevole sguardo dalla regista, che dichiara senza remore le proprie difficoltà.

Sarà che Senza fine parla di una donna forte che non ostenta forza, intelligente che non ostenta intelligenza, bella che non ostenta bellezza. Piuttosto, Vanoni fa dell’imperfezione carica esplosiva per oltrepassare forza, intelligenza, bellezza nella sua personalità unica. Non si limita ai banali canoni della diva, ma ne ride e li reinventa adattandoli su di sé. Per questo, il documentario che la racconta non poteva che rifletterla: nella sua incompiutezza capricciosa, nel suo tono languido e malinconico, nei suoi sogni delicati e infantili – sempre se l’infanzia sia l’unico periodo della vita in cui è concesso sognare.

Arte, amore, amicizia

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Naturalmente, uno dei punti di maggiore interesse del documentario risiede nella testimonianza in prima persona della vita straordinaria della protagonista. Vanoni racconta i primi passi nella Milano di Strehler, la sua formazione d’attrice e il modo quasi fortuito con cui si è dedicata alla musica. Intervallando con magnifiche riprese della quotidianità della diva nel centro benessere, Vanoni prosegue il racconto evocando i primi momenti con Gino Paoli e l’inizio del loro sodalizio artistico e personale. Inoltre, Fuksas si cura di alternare i monologhi – pur suggestivi e brillanti – della protagonista a dialoghi con alcuni ospiti. Dialoghi non solo verbali, ma anche musicali. D’altra parte, che ritratto sarebbe stato senza la sua voce strepitosa? Intervengono, così, Paolo Fresu, Vinicio Capossela e Samuele Bersani, tutti artisti “giovani” (più giovani dei collaboratori storici citati, se non altro) con cui la diva ha condiviso un pezzo di strada. Conclude la parte documentaristica più tradizionale l’uso di alcuni filmati di repertorio, che mostrano la giovane Vanoni negli studi  Rai. Questa scelta contestualizza bene il suo essere star della televisione, e rievoca le atmosfere retrò del cantautorato italiano.

Tuttavia, è proprio in ciò che devia dal canone che Senza fine si distingue da un prevedibile documentario celebrativo di una grande artista. Fuksas mette in scena il personaggio e la persona, regalando alcuni momenti inediti. Non quelli in cui la diva è spiritosa (per quanto gradevolissimi), neanche quelli in cui dimostra il suo intaccato talento. Sono proprio i momenti di silenzio intimo, di contemplazione, di delicata interazione con il prossimo. Quelli in cui emerge il non detto, una solitudine scelta – ma non per questo meno pesante. Inoltre, la fotografia di Simone D’Arcangelo e di Emanuele Zarlenga sigillano il tutto con alcune immagini di lirismo puro, che riescono – come dovrebbe essere – a esprimere tutto il contenuto in una forma impeccabile. Là dove c’è bellezza assoluta, e musica, anche un documentario incompiuto raggiunge la perfezione.