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Nei 109 minuti in cui si assiste a Run Hide Fight di Kyle Rankin (titolo che fa riferimento a cosa si chiede di fare nelle scuole statunitensi quando qualche studente comincia a falciare a colpi di mitra i compagni), la domanda ricorrente è semplicemente una: perché?
Perché un film del genere è stato ammesso (pur se fuori concorso) a Venezia 2020? Perché questa 77^ Mostra d’Arte cinematografica, pur con l’emergenza connessa al Covid19, ha pensato che una tale opera meritasse di stare al Lido?
Ritrovarsi a vedere un action-teen-drama movie così spento e scialbo in Sala Casinò appare veramente sorprendente. Forse anche un po’ mortificante, non tanto per il pubblico ma per la rassegna stessa.
Perché Run Hide Fight offre veramente molto poco al pubblico, soprattutto in virtù di una incoerenza e di uno spirito reazionario, che fanno sembrare le critiche di Pezzotta a sua maestà Eastwood, quasi un complimento.

Run Hide Fight: come non ti faccio un film

Run Hide Fight Cinematographe.it

Sicuramente le intenzioni di Kyle Rankin (regista e sceneggiatore) erano nobili e originali: parlare del dramma delle sparatorie ed omicidi di massa nelle scuole e università americane, del disagio e mancanza di ascolto che possono provocare tale reazione, della gioventù 2.0 abbandonata sui social e infettata dal bullismo più squallido, o ancora del problema delle armi, di una società che non sa prevenire ma solo intervenire in ritardo…
Insomma di idee si intuisce che Run Hide Fight ne avesse tante, ma sono state cucite assieme all’atto pratico in modo davvero sconclusionato, confuso e ben poco coerente tra di loro, dando all’insieme una natura non solo ibrida, ma anche poco attraente.
Una qualcosa che si nota fin dall’inizio, quando facciamo la conoscenza di Zoe (Isabel May), 18enne che ha perso per cancro la madre Jennifer (Radha Mitchell) e che vive con il padre ex militare Todd (Thomas Jane), tra caccia al cervo e litigate.
Il suo unico amico è Lewis (Olly Sholotan), bullizzato dagli spacconi della scuola, che però si ritrovano come tutti, improvvisamente dentro un incubo.
Un incubo che porta il nome di Tristan Voy (Eli Brown), che a capo di un piccolo gruppo di coetanei schizzati e plagiati, uccide diversi studenti ed insegnanti, prende in ostaggio una sessantina di ragazzi ed inscena una sorta di evento live dell’attentato.
Il piano spiazza completamente la polizia guidata dallo Sceriffo Tarsy (Treat Williams), ma gli attentatori non hanno fatto i conti con Zoe e la sua determinazione.

Un film che non riesce mai a fare il salto di qualità

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Fin dall’inizio Run Hide Fight mostra di accarezzare un tono serioso e drammatico senza però avere la minima idea di come coltivarlo, svilupparlo, di come rendere reali, credibili soprattutto i suoi villain, i suoi cattivi.
Ad essere onesti, Tristan e soci non farebbero paura a nessuno, non sono minimamente interessanti o sorprendenti e la loro stessa caratterizzazione è quanto di più scontato, banale e mal recitato che si possa concepire.
Isabel May ci mette tanto impegno nel disegnare un’eroina femminile intraprendente, cinica, rabbiosa ma dal cuore d’oro, si può dire che sia l’unica vera nota positiva di un cast che per il resto si muove in modo goffo e maldestro.
Eli Brown è semplicemente fuori parte, condizionato da uno script che ne fa il solito narcisista logorroico, e non va meglio con gli altri scherani, che oltre a non dover ricaricare mai le armi da museo (le stragi son fatte sempre con armi moderne e costose, perché nasconderlo?), in questo film sono anche tra i più involontariamente comici e insensati mai visti. E portatori anche di un messaggio alquanto sbagliato.

Un dramma sociale trasformato in un survival banale

Run Hide Fight infatti, descrive gli attentatori come folli, bipolari, schizofrenici, gli “sfigati” che cercano vendetta, i brutti incanagliti, i folli del villaggio. Chiunque abbia studiato il fenomeno dei “mass shootings” sa che invece dietro si celano famiglie violente o inette, solitudine, una mancanza di empatia coltivata da una vita. Altro che “le voci” o “i disegni degli angeli”.
Il tutto non fa che scimmiottare certi revenge movie scadenti degli anni ’80 come Cobra o uno dei tanti del Vendicatore della Notte, che rivive in questa ragazza che prende proiettili, pugni, calci, ma non si ferma mai.
Vi è poi la sinistra immagine di un’America in cui i buoni sono indifesi, le forze di polizia inette, e solo l’arsenale militare del Cavaliere Solitario al momento giusto può salvare la situazione. Non sia mai che perdiamo occasione di dire che per evitare la cosa, invece di limitare la diffusione di armi, ne vanno date a docenti e guardiani….
Unica nota creativa della scrittura, il rapporto sogno-realtà tra la protagonista e la madre, nonché il tema del lutto e della predazione, della visibilità come rifugio dell’insicurezza, ma sono sviluppati senza grande impegno.
In ultima analisi, la domanda di partenza (perché questo film è a Venezia 2020), non trova risposta.

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