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Rewind è un documentario autobiografico del 2019 scritto e diretto da Sasha Joseph Neulinger, nonché sua opera prima. La pellicola è  stata prodotta da Step 1 Films (di cui Sasha è direttore e co-fondatore), Grizzly Creek Films e Cedar Creek Productions e la distribuzione per l’estero è a cura della Submarine.

Rewind è stato presentato al Tribeca Film Festival e scelto per entrare nella selezione ufficiale della 14esima Festa del Cinema di Roma.

Rewind: la trama del documentario

Rewind ,cinemaotgraphe.it

Attraverso i suoi ricordi personali, Sasha Joseph Neulinger ripercorre la sua vita per rianalizzare i tragici eventi che hanno brutalmente distrutto anzitempo la sua stagione infantile, vissuta fino a quel momento con leggerezza e solarità. I vari capitoli vengono piano piano rievocati nella sua memoria grazie soprattutto ai filmati amatoriali del padre Henry, che, nascosto dietro la sua macchina da presa, aveva cura di osservare e registrare qualsiasi cosa: dalle feste di compleanno alle riunioni di famiglia, dalle partite di hockey a vacanze e festività.

Nonostante questa documentazione così capillare, neanche la telecamera è riuscita a cogliere il terribile segreto che, infido e attento, si era annidato tra i sorrisi e i giochi di una famiglia apparentemente felice e affiatata. Un cancro da estirpare, una bomba a tempo pronta a esplodere, portatrice di un dolore tra i più drammatici e catastrofici a cui si possa andare incontro e che, una volta fatta detonare, avrebbe svelato un mondo oscuro, ben più ampio di quello che si potesse inizialmente immaginare.

Rewind: un film da maneggiare con cautela

Rewind ,cinemaotgraphe.it

Parlare di un lavoro come Rewind è compito arduo. In generale, parlare di una storia di abusi, per di più infantili, è sempre difficile: si corre il rischio di essere superficiali, affrettati o, più semplicemente, inadeguati. E la cosa più incredibile di questo lavoro è che la difficoltà maggiore nell’affrontarlo non è neanche nel tema trattato, quanto il modo in cui decide di farlo. Fortuna (per noi, ovviamente) vuole che, come spesso accade, è proprio la fonte del problema a contenere la soluzione.

Sasha Joseph Neulinger comincia un cammino in prima persona, tornando a parlare con sua madre, sua sorella, suo padre e il suo psichiatra del terribile periodo degli abusi e, contemporaneamente, mostrando allo spettatore i filmati girati durante lo stesso periodo (un lavoro che è costato a Sasha ben 200 ore passate a rivedere le vecchie cassette del padre, una per una). Il risultato è il delineamento di un doppio percorso, parallelo e antitetico: mentre Sasha cresce tra l’amore della sua famiglia, risate e feste, viene raccontato di come quelle stesse persone siano state anche coloro che hanno rischiato di rovinare la sua vita per sempre. Un documentario potentemente ossimorico, passateci il temine.

Nel secondo atto però qualcosa si rompe e i due percorsi linguistici cominciano piano piano ad assottigliarli per incontrarsi in un terribilmente spiazzante incrocio e poi continuare insieme, prendendosi per mano fino alla risoluzione. Un finale in salendo, che, dopo aver portato lo spettatore all’inferno, lo riaccompagna verso l’alto, raccontando il riscatto di un ragazzo sensibile e coraggioso oltre ogni dire, fino a regalare la consapevolezza che tutto il lavoro a cui si è assistito è, in sé, la prova di un miracolo.

Rewind è un film da proteggere e da conservare, ma sempre e comunque da maneggiare con cautela.

Rewind: “Come l’ho fatto” di Sasha Jospeh Neulinger

Rewind ,cinemaotgraphe.it

Il film si presenta con calma e delicatezza, come un viandante ben educato, cortese e lucido. E con la stessa spiazzante lucidità svela piano piano il suo cuore oscuro, avendo cura di raccontarlo nel modo più sereno e accurato possibile.

L’effetto che ne consegue è distruttivo e spaesante. Intorno alle spettatore si è già formata quella danza di immagini e interviste da cui non c’è via di uscita, non si può fare altro che continuare ad andare avanti. Sasha decide di usare due linguaggi diversi, che, dopo una prima metà in cui vivono di luce propria, cominciano ad andare di pari passo, sfruttando in pieno la potenza del linguaggio cinematografico, intensificato ulteriormente dalla natura documentaristica delle immagini e da un vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, trasmette allo spettatore la tangibile sensazione che nessuno è più al sicuro.

Un lavoro che mette alla prova chi guarda, come chi ha lavorato per girarlo, e di certo il regista non si preoccupa di addolcire la pillola né di dosare i termini del suo tragico racconto. Il finale dolce amaro svela un formato in 3 atti assolutamente equilibrato, segno della consapevolezza anche cinematografica della mente dietro un documento la cui potenza e delicatezza poteva facilmente farlo deviare verso dei binari che lo avrebbero portato a collassare su se stesso.

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