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Un intreccio avvincente che mantiene il suo fascino a distanza di più di ottant’anni. Rebecca, La prima moglie, il romanzo di Daphne du Maurier edito nel 1938, nel corso del tempo si è prestato a molteplici interpretazioni, e adattamenti teatrali, radiofonici e cinematografici. Tra tutti, degni di menzione sono sicuramente l’adattamento radiofonico di Orson Welles e la pellicola cinematografica del 1940 diretta da Alfred Hitchcock e vincitrice di due Premi Oscar (Miglior Film, Miglior Fotografia). Ben Wheatley (Kill List, High Rise – La rivolta) azzarda un remake fedele dell’opera monumentale di Hitchcock, facendo fede sull’interpretazione di due volti noti, gli attori di punta Armie Hammer (Call me by your name, The Social Network) e Lily James (L’ora più buia, Cenerentola), qui alle prese con due personaggi complessi le cui esistenze si incontrano in una fitta rete di oscuri segreti.

Rebecca: la fotografia mozzafiato incornicia Monte Carlo, teatro dei sentimenti

Un incontro fortuito quello tra Mrs. de Winter, dama di compagnia di Mrs. Van Hopper il cui nome non viene mai rivelato, e Maxim de Winter, l’aristocratico proprietario della tenuta di Manderley, un maniero sontuoso da cui l’uomo ha deciso di allontanarsi in seguito alla morte della prima moglie, annegata in circostanze misteriose durante un’uscita in barca. L’ardore sboccia repentino sullo sfondo di una Monte Carlo disegnata con guanti d’oro, così impetuoso da condurli presto all’altare. L’arrivo alla tenuta tuttavia delude le aspettative di Mrs. de Winter, novellina nell’esercizio artistico della nobiltà. Ogni suo tentativo di adeguarsi alla vita coniugale viene ostacolato dal contrasto con l’entourage del marito, sempre più ombroso e tormentato, e dalla servitù, unanimemente concordi nella glorificazione della prima moglie Rebecca, una presenza assente che muove dall’alto le pedine di Manderley. Il sottotesto del visibile si fa enigmatico e arricchisce la narrazione di un duplice senso: il vigore dell’opera letteraria, che in questa trasposizione appare fortemente indebolito, risiede proprio nella dicotomia del racconto descritto, in cui ciascun elemento interagisce con il lettore, o spettatore, rendendolo complice prima di ogni rivelazione tangibile. Tutto ciò che sembra, non è come sembra, e la verità verrà presto a galla.

Una prima moglie ingombrante, quella di Hitchcock…

Rebecca di Ben Wheatley difetta nell’idea: quella di ricostruire puntualmente l’archetipo hitchcockiano precludendosi ogni apertura al nuovo e facendo i conti con un modello impareggiabile. Il film del 1940 diventa così la prima moglie della pellicola di Wheatley, osannata nell’Olimpo delle opere di Hitchcock, e inarrivabile per ogni ambizione registica. A dispetto di un’abile regia, attenta ai personaggi e profeta di ogni loro mossa, il cast non riesce a restituire il tormento del giovane Maxim de Winter (l’impareggiabile, algidissimo Laurence Olivier nella trasposizione originale), né l’ingenua fragilità di Mrs. de Winter, alle prese con un’evoluzione emotiva e caratteriale significativa. Wheatley si fa sfuggire l’occasione di liberare la protagonista femminile dai dogmi di una società che la vuole relegata ad una funzione marginale, ospite in casa del marito, alla costante ricerca di approvazione. Nel periodo storico attuale, con una punta di diamante del calibro di Lily James, l’intesa tra il regista e la sceneggiatrice Jane Goldman non risulta vincente: il personaggio intepretato dall’attrice risulta infatti sbiadito, dai contorni indefiniti, animato da un’ambizione che resta invariata fino all’epilogo, quella di dimostrarsi all’altezza non solo della prima moglie, ma del coniuge e dell’aristocrazia tutta. Una sfortuna per la governante Mrs. Danvers, interpretata nel remake Netflix da Kristin Scott Thomas, (Quattro matrimoni e un funerale), un brillante solitario eclissato dal taglio eccessivamente romantico dell’intero gioco narrativo.