voto del pubblico 4.0/5
voto finale 3.4/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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Ci sono thriller la cui trama si regge principalmente sulla caccia all’assassino di turno, con uno o più investigatori chiamati a indagare sul o sui crimini commessi, a scoprirne l’identità, per poi arrestarlo e consegnarlo alle patrie galere. Si tratta di dinamiche piuttosto ricorrenti nel genere in questione, per non dire classiche. Ne esistono altri, seppur in numero nettamente inferiore, in cui il responsabile dei delitti è già noto alle autorità competenti e di conseguenza agli spettatori. Motivo per cui l’elemento mistery segue altre direzioni, imboccando strade narrative e drammaturgiche diverse rispetto a quelle comunemente battute. E poi ci sono gialli in cui le due varianti convergono per dare forma e sostanza a un plot come quello di Rancore, entrato nel catalogo di Netflix lo scorso 8 ottobre.   

Rancore: dietro un delitto si consuma una vendetta di sangue

Rancore cinematographe.it

In Rancore, firmato dal turco Turkan Derya, qui all’opera terza dopo essere stato al timone di svariate serie di successo in Patria, l’identità dell’autore del delitto, quello di un tassista che a sua volta ha inspiegabilmente provato a ucciderlo, non è mistero, al contrario è una delle prime cose delle quali il fruitore viene a conoscenza. Il crimine, infatti, si consuma dopo pochissimi minuti dall’inizio del film e a macchiarsene è Harun, un poliziotto appena diventato investigatore capo che si ritroverà a dover indagare su un omicidio da lui stesso commesso. In odore di un’importante promozione e per non rovinare una carriera in rampa di lancio decide di non costituirsi, coprendo e cancellando tutte le prove a suo carico e le tracce che portano a lui. Per farlo abuserà dei suoi poteri, userà metodi non consoni al ruolo che ricopre, sporcandosi le mani e la coscienza in più di una circostanza. Ma perché quel tassista ha provato a ucciderlo? Riuscirà il protagonista a depistare le indagini? Alla visione le risposte del caso. Quello che possiamo dire è che dietro c’è un complotto che minaccia lui e l’intero commissariato. Una vendetta di sangue che bussa dal passato e che riguarda da vicino Harun, qui interpretato con presenza scenica e convinzione da uno dei volti noti del cinema turco, ossia Yilmaz Erdogan.

Alla base del film c’è una successione continua di ribaltamenti di fronte, depistaggi e colpi di scena imprevedibili

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L’attore turco è anche autore dello script che il connazionale Derya ha trasformato in un crime vecchia scuola che strizza l’occhio a quelli concepiti oltreoceano. Un crime dalle venature poliziesche  e dalla trama fitta come una ragnatela, nella quale è facile rimanere impigliati se non lo si segue passo dopo passo. Una singola distrazione da parte dello spettatore significherebbe la perdita dell’orientamento in un autentico ginepraio. Il racconto e i suoi innumerevoli intrecci, che comprendono una successione continua di ribaltamenti di fronte, depistaggi e colpi di scena, alcuni dei quali davvero imprevedibili, sono il punto di forza di un’opera ben orchestrata.

Un thriller dall’architettura solida, un buon prodotto che certifica la crescita costante del cinema turco di genere

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A conti fatti la verità rivelata nell’epilogo del film è sempre stata sotto i nostri occhi, eppure l’impalcatura mistery eretta in sua difesa non ha scricchiolato nemmeno una volta. Merito di una scrittura e di una regia che hanno saputo sfruttare al meglio le potenzialità messe a disposizione dalla storia. Peccato solo per alcuni personaggi, a cominciare da quello di Harun, che avrebbero meritato uno scavo e un’approfondimento psicologico maggiore. Ciononostante Rancore è un thriller dall’architettura solida, un buon prodotto che certifica la crescita costante del cinema turco di genere, al quale forse manca solo quel pizzico di personalità in più che lo allontanerebbe dal desiderio spasmodico di rivolgere sempre lo sguardo ai modelli esteri.