Psycho

Psycho è un film del 1998 diretto da Gus Van Sant, remake di Psyco di Alfred Hitchcock del 1960.

Un importante incarico che si trasforma in un’irrinunciabile opportunità da 400.000 dollari. Marion Crane giovane segretaria di un’impresa immobiliare, dopo aver sottratto una ingente somma di denaro ad un cliente, fugge verso la California, dove abita il suo fidanzato Sam Loomis.

Ignara di tutto, la giovane segretaria dovrà far fronte ad una sequela di imprevisti, su tutti quella di rimanere in un Motel lungo la strada secondaria che ha preso: il Bates Motel. Qui Marion farà conoscenza del gestore, Norman Bates, un ragazzo dai comportamenti un po’ strani, ma all’apparenza innocui. Tale interazione però gli risulterà fatale e soltanto con il sollecito di Lyla – la sorella di Maryon – aiutata da Sam, verrà a galla la conturbante verità che si cela nel Bates Motel condotto dal giovane e perverso gestore….

Con la sua versione di Psycho, Gus Van Sant rende omaggio ad Alfred Hitchcock realizzando un remake fedele all’originale, seguendo minuziosamente le stesse inquadrature e gli stessi tagli di montaggio, così come i dialoghi e l’intera trama.

Tuttavia, nonostante l’oculatezza manifestata dal regista, ci sono differenze – seppur marginali – tra il remake e l’originale. La diversificazione temporale ne è una prova, – suggestiva scelta – spostando il “quadro d’azione” dall’originale 1960 al più contemporaneo 1998, forse per giustificare il passaggio dal bianco e nero al colore.

Altra differenza, l’esplicita violenza mostrata in questo remake, utile a rendere ancor più elegante l’originale. Ad avere una “propria identità” è però la fotografia firmata dal maestoso Christopher Doyle; Gus Van Sant ha inserito di sua iniziativa delle brevissime immagini subliminali, fotogrammi “nascosti” all’interno delle scene clou – nei due omicidi ad esempio – rendendo il “suo” Psycho un qualcosa di totalmente atipico.

Ottimo anche il cast di attori coinvolto attivamente nel film: Vince Vaughn nei panni dello spregiudicato ed inquietante Norman Bates – ardua l’eredità lasciata da Anthony Perkins – , Julianne Moore con un ruolo degno di nota, fino ad arrivare alla “vittima designata” ovvero Anne Heche, che si ritaglia una posizione decisamente influente.

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Psycho paradossalmente – nonostante la fedeltà –  riesce a farsi contemplare come un film dissociato dall’originale; l’assurda contemplazione da parte del pubblico sta nel percepirlo come un prodotto cinematografico a se stante. Non apparire come un semplice remake ma come un lavoro quasi puro, nuovo sotto certi versi.

La bravura di Gus Van Sant sta proprio in questo, nel “trasformare” una storia conosciuta a “menadito”, in un qualcosa di propriamente nuovo, tutto da scoprire, marcando fortemente, perfino gli errori commessi dal celebre “maestro del brivido”.

A differenza di molti altri remake, Psycho non contamina o scalfisce la maestosità dell’originale; Van Sant attraverso un concitato omaggio, regala -a modo suo –  una nuova forma espressiva di violenza, diretta, quasi algida, sbalorditiva, totalmente in funzione con la fotografia – merito del sopracitato Doyle – che “articola” un già poderoso montaggio.

Psycho è “pop” in questa trasposizione firmata Gus Van Sant. Rispettando la stesura hitchcockiana, il regista marca l’intero film col suo segno distintivo, senza annullare completamente il “cablaggio” che intercorre con l’originale. Un remake che ha dalla sua una visualità quasi raffinata; un classico del terrore ripreso, incredibilmente personalizzato e offerto al pubblico spettatore più esigente.

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