POSH: recensione

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Letteralmente “Port Out, Starboard Home”, ovvero “a sinistra all’andata, a dritta al ritorno”. Non si sa con certezza, ma si pensa sia questa l’etimologia dell’aggettivo inglese “Posh” tradotto in italiano con lussuoso, chic. Non è nient’altro che un acronimo anglosassone, risalente all’età coloniale, usato per indicare le cabine meno esposte al sole durante i viaggi in mare aperto, destinate alla classe più agiata, quella per cui l’abbronzatura era sinonimo di volgarità. La trasposizione ai giorni nostri di questo concetto è rappresentata da individui imburberiti da una ricchezza fin troppo ostentata, viziati da abitudini e pregiudizi a dir poco vergognosi, convinti che il danaro possa comprare tutto, anche la dignità che non hanno: i cosiddetti “figli di papà”.

E’ questa l’immagine che la regista danese Lone Scherfig (Italiano per principianti, An education, One day) pone davanti ai nostri occhi sconcertati in “Posh (the Riot Club)”. Il film, interamente girato tra le mura di pietra della cittadina universitaria per eccellenza qual è Oxford, racconta in maniera disincantata le abitudini di dieci ragazzi, i componenti dell’antico e prestigioso Riot club: una specie di circolo all’interno dell’università più famosa del mondo tanto esclusivo quanto presuntuoso. Requisito fondamentale per farne parte è appunto l’essere posh. Miles (Max Irons) e Alistair (Sam Claflin) sono due matricole con la “fortuna” di essere stati scelti per colmare i posti rimasti vacanti nel club. Dopo essere stati cacciati da innumerevoli ristoranti per la loro ormai nota irruenza, i “Riottosi” scelgono un pub, lontano dalla loro fama che li precede, per la famigerata cena, rituale del club da più di un secolo. Complice l’alcol che scorre a fiumi, i ragazzi si trovano in una situazione alquanto scomoda che rischia di smantellare il club e stroncare vita e carriera dei facoltosi protagonisti.

Si viene così a creare un thriller drammatico che gioca col pubblico ponendo in esso la paura di chiedersi cosa saranno ancora capaci di combinare i membri del club e in nome di quale assurda teoria che li pone al di sopra di ogni altro essere terreno. Un ruolo importante lo gioca la veridicità della vicenda: se ne sente parlare di storie simili in tv, e la pellicola ha dato modo ai nostri occhi di andare oltre l’immaginazione provocata da ciò che le nostre orecchie possono sentire.

Posh

Insieme ad Irons (Cappuccetto rosso sangue, The host) e Claflin (Pirati dei caraibi: Oltre i confini del mare, Hunger games: La ragazza di fuoco) troviamo altri giovani attori inglesi più o meno conosciuti al pubblico teenager (e non solo) come Douglas Booth (LOL, Romeo and Juliette, Noah) che interpreta un esuberante componente del club, Natalie Dormer (Casanova, Capitan America, Rush) nei panni di una escort che rifiuta un’allettante offerta e Holliday Granger (Jane Eyre, Bel ami, Grandi speranze, Anna Karenina) è la fidanzata di Miles dalla forte personalità.

La Scherfig utilizza questa pellicola come un attacco non verso un’intera classe sociale, ma contro la parte di essa incapace di usare davvero a proprio favore i privilegi che possiede. Ma è anche una rassegnazione al mondo in cui viviamo, un mondo incapace di reagire alle ingiustizie che ogni giorno gli si palesano davanti, intimorito da un potere ben lontano da quello che dovrebbe salvaguardare tutti ugualmente, un mondo in cui sono 10 su 10.000 le borse di studio davvero meritate e altre 9.900 la lauree comprate

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