Polar Express: recensione del film di Robert Zemeckis

È la sera della vigilia di Natale, un ragazzino disilluso ogni giorno di più, non riesce a cedere al sonno e cerca in tutti i modi di ottenere quante più risposte sulla veridicità di un personaggio mistificato quale Santa Claus, quesito al quale i genitori non hanno mai osato raffrontarsi.

Polar Express (2004) ci porta tra le pieghe esistenziali di un ragazzino che è in un limbo, costretto tra la deificazione della sua virtù infantile e la contaminazione imposta dalla conoscenza, insomma comprende bene che il Polo Nord è un luogo totalmente disabitato e che babbo natale è solo un’ombra che svanisce dietro le porte socchiuse. Come si può continuare a credere che ci sia qualcuno che dall’altra parte del mondo conosca la vita di ogni bambino, che possa decidere a chi e come far arrivare i suoi doni senza poi dar mai segno del suo passaggio o della sua evanescente esistenza? Ecco che il protagonista senza nome al socchiudere degli occhi viene colto da un falso risveglio e da li sarà accolto a bordo del treno che lo porterà direttamente tra i ghiacci nordici a comprendere e realizzare un mondo che ha sempre desiderato solcare. Nominato all’Oscar al miglior montaggio sonoro nel 2005, il soggetto è tratto dal libro illustrato di Chris Van Allsburg.

Polar Express è una favola artificiale, un binomio antitetico e incapace di opporsi alla sua atonalità

I suoi orizzonti sono arginati e avulsi dalla familiarità spensierata che appartiene ad un genere quale il fantasy pre-natalizio, un topos di cui il regista Robert Zemeckis è diventato quasi recidivo, si pensi a A Christmas Carol (2009) e dal punto di vista tecnico e non narrativo, Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988).  polar2

Il blocco di cui questa pellicola risente è l’azzardo di una ricercatezza di stile, l’uso metodico e poco istintivo dell’animazione digitale e non solo, l’anima onirica di cui il film è avvolto procede a cadenze sinusoidali, non viene colta in modo costante poiché la motion capture non produce totalmente gli effetti desiderati. Tom Hanks, che all’interno della pellicola ricopre sei ruoli, certo lo può fare solo grazie ad un espediente digitale ma viene ricoperto fin troppo dalla finzione estenuante: è irriconoscibile, blando e ameno, in due parole lui è più finto di babbo natale. Come se avessero ricreato in laboratorio e senza troppi segreti un quadro, un componimento che attraesse ogni tipo di pubblico, come se tenessi a un centimetro dagli occhi la Primavera di Botticelli con il suo disincanto ancestrale sentendo qualcosa che ti soffia in viso, forse è Zefiro, forse sei tu la sua ninfa; ma è un quadro impreciso, un falso d’autore. Il tutto sacrificato per l’unica medaglia al merito che è la musica, Alan Silvestri riesce a controllarsi e a non crollare nelle imprudenze registiche, portandoci in un sogno lucido dal quale non è facile ridestarsi. Altresì presenti notevoli pillole di sciovinismo alquanto inadatte per un film che dovrebbe sottendere una genetica incolore, senza bandiera: uno dei richiami è la coperta a strisce bianche e rosse che avvolge il protagonista la notte di Natale, quando l’America chiama il citazionismo trabocca senza freni.

L’unica luce naturale che riesce a penetrare quel vello manierista è il senso di anonimato, e le semplici ma efficaci lezioni di vita che con grande saggezza risuonano ad ogni fotogramma. L’anonimato è una tecnica che permette ad ogni spettatore di intraprendere una propria sospensione d’incredulità e immedesimarsi nella storia in cui i personaggi non hanno nomi, punti di riferimento o distrazioni cognitive. Diversamente da ciò, quello che andrà poi a contraddistinguere ogni personaggio saranno i consigli dettati dal capotreno (Tom Hanks), che con umore socratico indicherà sul biglietto di ogni passeggero con la sua obliteratrice una parola che funga da monito, da vittoria e da sconfitta, un modo per lasciare che l’infanzia perpetui. Non subendo eternamente una vacua immaturità ma proteggendo quel velo di purezza che non sia trattato come un mucchio di cenere; non un passato arcaico e irraggiungibile, ma un eterno binario dove poter aspettare quel treno in cui potersi ritrovare senza intervalli tra vero e falso, in cui la felicità sia una declinazione senza tempo.

Giudizio Cinematographe

Regia - 3.2
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3.2
Recitazione - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 2.5

3

Voto Finale