Point Break: recensione del film di Ericson Core

Pienamente influenzato dal film degli anni ’90, stesso titolo, stessa voglia di adrenalina. Point Break è l’omaggio del regista Ericson Core (Fast and Furious, Daredevil) al lavoro di Kathryn Bigelow, idea del “punto di rottura” da cui partire per arrivare ad inglobare una summa degli sport estremi da intrecciare con il racconto originale.

Giovane testa calda nonché ex atleta di motocross, Utah (Luke Bracey) entra in prova nel difficile mondo dell’FBI, caduta in confusione generale dopo le rapine di un gruppo di ladri dalle dinamiche particolari. Come dei benefattori che sottraggono ai potenti per restituire al popolo, i componenti della banda non si limitano ad interessarsi solamente ai colpi di grande valore, ma nel compierli tentano anche atti estremi, che il nuovo arrivato riconduce alle otto prove di Ono Ozaki. Gesti per riconciliarsi in modo armonioso con la natura, le prove sono di una pericolosità pressoché inimmaginabile, unico modo per tornare a fondersi con gli elementi di madre terra. Seguendo la pista da lui fiutata ed infiltrandosi nel giro capitanato da Bodhi (Edgar Ramirez), Utah vivrà momenti al limite della pericolosità, appassionandosi alla vita esaltante che questo gruppo pratica, rimanendo comunque totalmente lucido sulla criminalità delle loro azioni.

Point Break: non più solo onde e surf, ma momenti di puro sport estremo nel film di Ericson Core

Otto prove da superare per il raggiungimento del Nirvana. Questo è lo scopo del nuovo Point Break che di “paradisiaco” ha decisamente poco, per non dire niente. La panteistica visione del mondo, elogiata tramite il digitale, rende ridicola la volontà di decantare la natura, di valorizzare quell’equilibrio tra uomo e creato dove bisogna perdere il proprio sé per ricongiungersi al tutto. Dialoghi imbarazzanti con sprazzi di filosofia spicciola non permettono di testare la preparazione degli attori più giovani, che risultano imbarazzati a loro volta mentre cercano di fronteggiarsi con le difficoltà a cui la vita li sottopone, o provano a conciliare una perfetta fusione tra corpo e spirito.
Dai tratti anche ecologicamente istruttivi, dove l’immagine della terra che brucia a causa del nostro disinteresse è ripresa e ben chiara, il film nella parte del “quotidiano” risulta artificioso e teatralmente inappropriato, mescolando al melodramma esistenziale del protagonista e all’infervorata pseudo-misticità del leader Bodhi momenti di puro sport estremo, dalla discesa ripida sulle alte montagne italiane alla scalata della parete rocciosa in Venezuela. Tutto è volto al raggiungimento della completa sinergia uomo–natura: un atto di fede in cui ci si affida completamente ai quattro elementi, per poi perdersi in essi. Nel corso delle otto prove, però, mai farsi surclassare dalla paura, famoso “punto di rottura”, ma dimenticare piuttosto sé stessi per raggiungere lo scopo.

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Il gruppo affronta una delle otto prove

Niente confini per il Point Break di Core, non più solo le spiagge, le onde e il surf di Patrick Swayze e Keanu Reeves; il remake, in cui i veri protagonisti sono gli stunt e le loro impressionanti abilità, è certamente di più ampio respiro. Gli attori si lasciano librare nel cielo lanciandosi da altezze vertiginose, si immergono in acque profonde, affondano gli snowboard nella neve e volano sopra gli alberi passando tra minuscole fessure nella roccia, ma il risultato è troppo patinato. Troppo videoclip. Poco sforzo. Poco sudore. I suoni della natura sono chiari e coinvolgenti, ma l’effetto visivo diventa man mano monotono procurando un irrimediabile calo dell’attenzione. Ci si annoia e innervosisce per la banalità dei discorsi, non convince l’assurda concezione di una vita affidata completamente ad agenti esterni, si rimane offesi dalla noncuranza di una morte che si tramuta in occasione per fare festa e si ride di un protagonista dagli atteggiamenti ancora non adulti. Anche i falsi tatuaggi dei personaggi infastidiscono, finti tanto quanto la tempesta finale. Un film che non aveva motivo di essere girato. Forse potrà piacere (di certo non appassionare) agli amanti di sport estremi, ma non è chiaramente cinema.

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