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Alla domanda: “cosa faresti per amore?”, Natalia Durán e Eric Navarro, autori di Pazzo per lei rispondono: “fingere una malattia mentale”. Premessa estrema e bizzarra quella della coppia, se non fosse per il lodevole fine ultimo, ovvero quello di raccontare – attraverso la nascita di una storia d’amore – la complessità del tema delle malattie mentali. La rom-com diretta dal regista di Élite Dani de la Orden, disponibile su Netflix dal 26 febbraio, ha dunque l’intenzione di fare del preambolo amoroso l’aggancio per entrare (letteralmente) in un centro di salute mentale e provare, a suo modo, di rompere lo stigma riguardo la rappresentazione delle malattie psichiche e parlare così di accettazione, normalizzazione e una dose intrinseca di dolore.

Pazzo per lei: ‘esistere’ al di là delle barriere

pazzo per lei cinematographe.it

Le premesse risiedono tutte in una notte speciale, quando il giornalista di clickbait cinico e disincantato Adri (Álvaro Cervantes, Gli orologi del diavolo) incontra l’esuberante e sfuggente Carla (Susana Abaitua, Patria). I due, dopo aver passato una notte insieme, scelgono deliberatamente di non vedersi più per non rovinare l’atmosfera, ma ben presto Adri scoprirà che dietro quell’allure di follia ed eccentricità della giovane, risiede invece un disturbo bipolare apparso all’età di 13 anni. L’unico modo per rintracciare Carla è quello di fingersi malato di ansia e depressione, e dopo un finto ricovero grazie ad un medico corrotto, ad Adri vengono aperte le porte della clinica dalla quale sarà impossibile uscire. L’iniziale imperturbabilità del protagonista, dunque, comincia ad affievolirsi attraverso la conoscenza di pazienti affetti da diverse patologie (depressione, schizofrenia paranoide, sindrome di Tourette) e del loro umanissimo bisogno di esistere al di là della loro condizione, e dunque di non essere visti solo come ‘malati’ ma anche come padri, innamorati, giovani; capaci cioè di ‘essere’ al di là delle barriere.

Una leggerezza necessaria ma che impedisce l’approfondimento

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È proprio in questa doppia e classica parabola di redenzione attraverso la scoperta empatica degli altri, che i già citati autori e regista, costruiscono un film dalle ottime premesse ma dal risultato sfocato che, con difficoltà, sbilancia la comprensibile volontà di de-stigmatizzare la condizione mentale a favore di toni leggeri. Una volontaria delicatezza volta sì a non appesantire il racconto, ma che a ben vedere ne appiattisce la possibile comprensione, limitando Pazzo per lei ai cliché da rom-com sorretta, va detto tuttavia, da due buone performances. Il concetto finale del ‘fingere di non avere la malattia per accomodare i cosiddetti normali’ chiude un film che esattamente su questo tema poteva invece costruirsi ed ampliarsi, arrivando troppo in ritardo e relegando l’interessante dibattito ad una battuta della direttrice della clinica, interpretata dall’attrice Clara Segura (Mare Dentro, Hanna).

Pazzo per lei rimane pertanto una commedia romantica dal finale agrodolce, che trascina argomenti sulla carta stimolanti quali la destrutturazione dei ’normali’ attraverso l’umanizzazione dei ‘folli’, possessori di uno sguardo sulla vita quanto più autentico e vitale, senza mai porci l’enfasi sufficiente. Resta (e non è poco) la speranza. Non solo di prossime commedie in grado di riprendere il filo del discorso, sempre più necessario e attuale, ma anche quello del film stesso che nel possibile inizio della storia tra Adri e Carla ritrova la scintilla per auspicare ad un amore, più impegnativo e indocile certo, e non per questo meno autentico o (in)visibile.