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Un criminale senza soldi e un poliziotto senza pistola. Si è definito così Gianfranco Franciosi, il meccanico nautico che dal 2006 al 2009 si è ritrovato a collaborare con lo Stato italiano per sgominare un importante clan di narcotrafficanti italo spagnoli che spacciava enormi quantità di droga con i cartelli venezuelani. Una descrizione che racchiude l’identità frammentata del Franciosi in una vicenda che gli ha stravolto la vita e che sottolinea l’impotenza del non poter far altro che stare ad un gioco dalle regole spietate. Perché il protagonista di questa storia non è mai stato un criminale né è mai stato un poliziotto, ma è stato un uomo qualunque che dopo esser caduto involontariamente in una rete criminale è stato abbandonato dallo Stato, lo stesso che aveva il compito di proteggerlo e di ridargli la protezione necessaria per ricostruire una seconda normalità. L’idea della fiction nasce dallo stesso Beppe Fiorello che dopo aver letto il libro scritto a quattro mani da Franciosi e dal giornalista Federico Ruffo, propone di farne una serie in otto episodi diretta dal regista Alessandro Angelini – in collaborazione con Mediaset España e prodotta da Picomedia. Il risultato è una fiction che sin dal primo episodio mescola il family drama alle vicende più action e poliziesche delle serie internazionali, puntando all’empatia come valore primario da instaurare fra il pubblico e il suo protagonista.

Gli Orologi del Diavolo: la vicenda di un uomo ordinario che non vuole essere un eroe

gli orologi del diavolo cinematographe.it

È il settembre del 2006 e la notorietà del meccanico nautico Marco Merani, detto Marcolino, lo precede. La sua bravura arriva alle orecchie di un certo Signor Polverone, che gli chiede di costruire un enorme gommone per le escursioni subacquee. Poco dopo però Merani scopre che in realtà quel gommone serviva per il trasporto di droga e insospettito dalla richiesta chiede aiuto all’amico e agente della SCO Mario Graziano (Fabrizio Ferracane). L’uomo viene così a conoscenza di una lunga e travagliata indagine su un clan mafioso italo-spagnolo che trasporta grandi quantità di droga fra l’Europa e il Venezuela. Al vertice del clan c’è Aurelio Vizcaino (Alvaro Cervantes) giovane figlio illegittimo del capo che da anni è il leader di un vero e proprio impero di spaccio. Merani è l’unica possibilità che ha la giustizia italiana per sgominarli, diventando a suo malgrado un vero e proprio infiltrato. La sua vita viene letteralmente sconvolta e la tranquilla vita che conduce a Punta Magra con la moglie Flavia (Nicole Grimaudo) e la figlia adolescente Joy (Gea Dall’Orto) inizia inevitabilmente a sgretolarsi fra bugie e segreti. Marco, da ora conosciuto come “el mecánico” è costretto in continui viaggi tra la Spagna e il Venezuela entrando così in contatto con un mondo oscuro e criminale fatto di eccessi e delitti d’onore. Nel frattempo però, la polizia sembra non collaborare abbastanza, anzi sembra non essere all’altezza nella protezione di Marco, che dopo aver scontato ingiustamente una pena di 11 mesi in un penitenziario a Marsiglia, sembra non liberarsi più da Aurelio che riesce costantemente a farla franca. L’unica via per liberarsi del giovane boss per Marco e la sua nuova compagna Alessia (Claudia Pandolfi) sarà quella di tentare l’ultimo colpo ed entrare nel programma protezione testimoni.

Amici e nemici. La criminalità si traveste da uomo cordiale e spietato

Gli orologi del Diavolo, Cinematographe.it

Gli orologi sono da sempre simboli di mascolinità e autorità, oggetti sfoggiati su polsi di uomini di potere che ostentano autorevolezza e controllo. Non è di certo un caso dunque che nella fiction (e nella realtà) Aurelio sceglie di regalare ai suoi uomini dei costosissimi Rolex che come catene imbrigliano simbolicamente la libertà dei suoi uomini. Gentilmente offerti in eleganti cofanetti in velluto, come ringraziamento per ogni lavoro compiuto, di Rolex Marco in quattro anni ne colleziona molti e, fino all’ultimo, è impossibile liberarsene. Ne Gli Orologi del Diavolo il rapporto fra Marco e Aurelio è dunque uno degli aspetti chiave di tutto il racconto che custodisce emblematicamente le intricate e insidiose dinamiche del potere mafioso. Nel personaggio di Aurelio si racchiude la spietatezza, la scaltrezza e la scelleratezza di un uomo capace di tutto ma che viene raccontato nel suo aspetto più subdolo: una certa “umanizzazione” e la costruzione di un filo d’ empatia e confidenza con lo stesso protagonista.

L’ ambiguità di un rapporto che a mano a mano facendosi amicale e confidenziale riporta allo spettatore il tratto più psicologico e sibillino di una vicenda dai contorni incerti e paradossali.  Marco, incredibilmente, sente infatti di aver trovato maggior rispetto e confidenza con Aurelio -che si apre nella sua veste di marito e padre-, rispetto agli agenti della polizia che con fatica e commettendo diversi errori grossolani lascia in balia degli eventi la sicurezza di chi invece deve proteggere. Trascinato da un vortice di rabbia e frustrazione Marco vede nello Stato il nemico, o meglio l’amico da cui ci si sente traditi e dimenticati.

Il family drama e il crime. Gli Orologi del Diavolo per una fiction dal respiro internazionale

Gli orologi del diavolo cinematographe.it

Mantenendo l’approccio classico di una fiction televisiva che mette al centro vicende reali di uomini normali in relazione a quelle paese intero e dello Stato, Gli Orologi del Diavolo per regia e messa in scena aspira ad essere qualcosa di più, cercando con successo di avvicinarsi ad un prodotto di tipo seriale proposto di solito nelle piattaforme digitali. Le vicende personali – il rapporto con la famiglia d’origine, la perdita prematura della madre, la complicata relazione con la figlia adolescente, la ripercussione sul proprio matrimonio- ovvero il racconto di tipo intimo e drammatico (sottolineati dal costante voice over del protagonista) si amalgamano al racconto più crime e d’azione che trova nelle scelte registiche e soprattutto nell’ottima fotografia la sua forma migliore.

Girato tra la Puglia, la Liguria e la Spagna Gli Orologi del Diavolo utilizza gli ambienti naturali come spazi simbolici di una storia di riscatto, rinascita e coraggio. Le coste, le dune sabbiose e le ambientazioni marittime diventano location perfette e suggestive di una vicenda, quella di Franciosi/Marani, che ritrova nel valore del lavoro e della dignità familiare i tratti d’empatia fra il protagonista e il suo pubblico coinvolto dall’odissea di Marco e da alcuni colpi di scena interessanti. A fare da sfondo c’è il mare in tutta la sua vastità e nel suo potere salvifico e accogliente.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione