Cannes 2016 – Paterson: recensione del film di Jim Jarmusch

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Ci sono film che si fanno amare per ciò che accade al loro interno, altri per le sensazioni che lasciano a fine proiezione, indipendentemente dall’intreccio: Paterson, come la quasi totalità della filmografia di Jim Jarmusch, fa parte di questa seconda categoria, meritandosi un posto sul podio fra i film visti finora durante Cannes 2016.

Il re del cinema indipendente e surrealista americano torna in concorso alla kermesse francese a distanza di tre anni dall’incantevole Solo gli amanti sopravvivono  con un film che – in realtà – di surreale non ha nulla o quasi, basato sulla disarmante normalità di un uomo e delle sua vita, fatta di casa, una donna ed un cane che ama, un lavoro umile ma solido e una passione per le persone e per una poesia fatta di istantanee di semplici e puri momenti vissuti, in cui oggetti di uso quotidiano divengono inconsapevoli protagonisti di riflessioni intime e personali annotate su un taccuino.

Parole “scritte sull’acqua”, ispirate dai momenti di relax che Paterson (questo il nome del protagonista e della città in cui è ambientato il film) ama trascorrere guardando le cascate del luogo, ispirato da quanto sperimentato durante la sua umile ma intensa giornata.

Paterson: il senso più puro della felicità nella poesia delle piccole cose

paterson jim jarmusch

Paterson (uno straordinario Adam Driver) vive una vita felice, nel senso più puro del termine, stretto a tutti quei piccoli aspetti di (stra)ordinaria normalità nascosti fra una conversazione origliata sul bus, uno scambio di parole al pub  o una cena non proprio da gourmet condivisa con la propria metà. A fare da cornice al susseguirsi di questi momenti il tempo, categoria dell’esistenza comprensibile solo in età adulta, unico parametro per scandire l’incessante fluire di emozioni ed esperienze di cui la vita si compone.

La pellicola si declina nei 7 giorni della settimana in cui il protagonista si sveglia, va al lavoro, scrive, torna a casa, cena e, con l’occasione di portare fuori il cane,  si concede un momento di svago al pub prima di dormire. Tutti appuntamenti prestabiliti, passibili di pochissime variazioni, in cui ciò che davvero conta è poter cominciare e chiudere la giornata fra le braccia di Laura (la splendida Golshifteh Farahani), eccentrica ed amorevole compagna dalle spiccate e variegate velleità artistiche. Un susseguirsi di giorni fatti di doveri, amore e rispetto dei reciproci per spazi e desideri, un idillio perfetto e rassicurante, base di partenza e ritorno di ogni piccola grande esplorazione quotidiana del mondo.

Paterson  è un uomo che sa mettersi in ascolto, capace di attingere dalle sfumature delle persone e delle cose quella poesia che imprime poi su carta, non tanto per essere condivisa ma per creare un tesoro da custodire, sospeso e distaccato dal progresso e da tutto ciò che potrebbe alterarlo in qualunque modo.

Paterson

Un giorno qualunque la sua circolare routine viene interrotta bruscamente dall’occorrere di un guasto al proprio autobus. Un evento imprevisto, che Paterson non riesce ad affrontare con i mezzi a propria disposizione e, per questa ragione, inquietante. Da quel momento, il mondo sembrerà mostrare all’uomo un volto diverso, quello dell’imprevedibilità, rivelando come anche attraverso le piccole avversità quotidiane la magia della vita risieda nel suo potersi trasformare improvvisamente in un foglio bianco, da riscrivere da capo.

Paterson è un’opera che difficilmente passerà inosservata ai premi di quest’edizione del Festival di Cannes, per l’incanto che il suo delicato mix di poesia e soave attenzione per i dettagli sa sprigionare, ricordando come il cinema possa farsi essenziale, senza perdere il potere di emozionare.

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