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Cosa accadrebbe se all’arrivo in una terra straniera una madre non trovasse il figlio ad aspettarla? E cosa accadrebbe se quella madre fosse proprio la mia? Parte da questa domanda Pari, l’opera prima del regista iraniano Siamak Etemadi, che trova in quell’interrogativo personale la scintilla narrativa di un film che vuole riflettere sulle coordinate che convenzionalmente danno un senso alla nostra identità: la lingua, la religione, il grado di parentela e la nazionalità. Etemadi, nato a Teheran ma trasferitosi ad Atene ai tempi dell’università, con Pari immagina un percorso alternativo e più inquietante delle sue visite materne in Europa, quando la (vera) madre Pari, anziana e con un vocabolario inglese ristretto, andava a fargli visita in Grecia ai tempi di gioventù. Alla disperata ricerca del figlio la protagonista percorrerà un viaggio interiore che nel graduale scombinamento delle sue granitiche certezze identitarie rivelerà la sua parte finora sconosciuta.

In Pari una madre è alla ricerca di un figlio che sembra aver voluto tagliare i ponti con il suo passato

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Avvolta dal nero del chador e sempre rigorosamente accanto all’anziano marito Farruck, Pari atterra ad Atene per rivedere, finalmente, il figlio Babak studente del Politecnico partito due anni prima dall’Iran per laurearsi in Europa. Ma ad attenderli non c’è nessuno e vani sono i primi tentativi di ricostruire i sui ultimi passi. Babak non ha mai conseguito un esame, ha lasciato l’appartamento ed è sparito. Le sue uniche tracce sono alcuni fogli stracciati di poesie e simboli anarchici, sono le pochissime informazioni di un gruppo di studenti in subbuglio con la polizia. Spaesati e con una barriera linguistica a tratti insormontabile, i due ben presto sono costretti ad addentrarsi nella baraonda metropolitana, fra vicoli bui e vita notturna, cercando un figlio che sembra aver voluto tagliare a tutti i costi i ponti con una vita che non gli appartiene più.

La telecamera tallona la lenta metamorfosi della sua dimessa protagonista nell’oscurità di un’Atene notturna e inquietante

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Dalla luminosità etera di un cielo visto da un oblò, il viaggio di Pari perde quota e si addentra in una specie di girone dantesco oscuro e disorientato illuminato da toni rossi sangue e anarchia e l’arancio dei fumogeni delle molotov. Il dramma di partenza, ripreso sempre con una macchina a mano che tallona e monitora ogni passo della sua protagonista, assume a tratti vocazioni quasi da thriller che camminano pari passo con il giallo della misteriosa scomparsa di Babak. Lo spettatore, ipotizzando su chi sia ora il figlio di Pari (il suo volto nelle foto non ci viene mai mostrato), assiste alla contemporanea e parallela svestizione di quella della protagonista, fra quartieri a luci rosse, clochard, centri sociali e strani presagi demoniaci.

Senso di appartenenza, identità e linguaggio. Pari attinge dall’esperienza del suo regista e autore

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In una babele culturale di lingue e religione, in Pari, gli occhi e il volto della sua attrice protagonista Melika Foroutan, diventano sostituzione naturale e necessaria per comunicare il senso di spaesamento e il disorientamento che la protagonista avverte in una terra sconosciuta. La prima fatica cinematografica di Etemadi, già presente alla sezione Panorama della 70esima Berlinale, e ora in concorso a Triste (stesso destino di Otac, suo competitor tra i lungometraggi) appare dunque come una sentita lettera d’amore ad una madre e ad un paese che il regista, a distanza di anni dal suo addio, sente ancora profondamente suo, e questo senso di appartenenza qui diventa terreno di riflessione sul legame fra religione, spazio e identità. Pari, non è di certo un film perfetto, a tratti lo scorrere del racconto si arranca ed è spaesato come la sua eroina. Certamente è la promessa di un regista che ha le idee chiare e che trova nella sua esperienza di esule in terra straniera la linfa vitale di un cinema extra-europeo e contemporaneo che sentiamo sempre più il bisogno di comprendere.