TSFF 2021 – Otac: recensione del film di Srdan Golubović

300 chilometri non separano un padre dai suoi figli, ma un padre dall’unica possibilità per riaverli. In Otac il regista serbo Srdan Golubović dirige un dramma sociale sul gesto del camminare come arma di giustizia, ma il rischio di polarizzare i buoni e i cattivi c’è. In concorso al Trieste Film Festival.

In Otac non è il vagare, né l’errare. L’unico movimento possibile è semmai quello di camminare, di recarsi, di percorrere. Sin dalla prima trascinata sequenza iniziale i personaggi del film si muovono, si dirigono. Si spostano in avanti e sempre mossi da un intento. Istintivo certo, poco ragionato forse, ma comunque mirato ben presto a divenire atto rivoluzionario e di protesta, di tumulto e catarsi. Nell’ultimo film del regista serbo Srdan Golubović presentato in anteprima nella sezione Panorama della 70esima Berlinale ed ora in concorso al Triste Film Festival, Nikola è un padre a cui sono stati prelevati entrambi i figli dai servizi sociali e dal suo responsabile, il corrotto giudice Vasiljevic convolto in un affare di affidamenti forzati. Dopo che la moglie si è immolata con un gesto radicale davanti all’ex fabbrica che deve ancora del denaro al marito, all’uomo viene detto che i figli non possono più vivere con lui. In casa manca l’acqua, l’elettricità, i vestiti non sono mai abbastanza. A Nikola rimane l’unica (folle) soluzione possibile: 332 chilometri da attraversare a piedi (possedere un’auto è utopia) da Priboj, paese della Serbia sud-occidentale dove vive fino a Belgrado per portare una lettera di ricorso al Ministero e riavere indietro i propri figli.

Per la prima volta lo sguardo del regista fa il percorso inverso e la metropoli diventa il punto di arrivo da un viaggio che parte dalle montagne

otac cinematographe.it

Con lenti e sporadici movimenti di macchina che si concedono al realismo senza mai invadere o sovrapporre, Golubović giunto al quarto lungometraggio, prosegue il suo racconto di storie di uomini ordinari che si muovono in una Serbia di macerie e transizione. Ma stavolta – per la prima volta – , il suo sguardo è rivolto alle montagne, nelle remote comunità impoverite delle fabbriche che chiudono e dei lavori giornalieri. Nikola, interpretato dall’attore bosniaco Goran Bogdan, è uno di quegli uomini che vivono di poco, che soccombono, sopravvivono; stretto ai margini di una società che il regista non tarda a renderla simbolicamente minatoria. In quei cinque giorni di infinito cammino infatti, Golubović mette letteralmente ai confini il suo protagonista, facendolo camminare sul ciglio dell’autostrada tra camion e auto che, sfrecciando, sembra sempre che lo stiano per sfiorare o investire. Ma oltrepassati i perigli stradali, è ora la natura a insidiare e i boschi, i lupi, i dirupi chilometro su chilometro logorano progressivamente il corpo di Nikola (troppa acqua, poco cibo) fino a perdere i sensi.

Il rischio di una semplificata polarizzazione sulla politica c’è. Ma Otac ritrova fra le macerie la sua umanità

otac cinematographe.it

Attraverso un lavoro sui suoni davvero egregio, Otac, ispirato da un recente fatto di cronaca, azzera la musica e lascia che sia l’alternanza fra i lunghi silenzi dei ruderi (e della natura) e il contrasto con il rimbombante fragore dei motori che spaventa all’improvviso a fungere da colonna sonora. La capacità del regista nel far percepire la fatica fisica di questa maratona sentimentale (il fiatone, l’affanno, le ferite ai piedi) è inoltre il vero centro pulsante di un dramma a sfondo sociale che, se nel primo atto guarda al cinema verità di Ken Loach e dei Dardennes, nel secondo e nel terzo accentua concetti politici sull’abbandono e l’incapacità del Sistema nei confronti delle classi sociali medio-basse che rischiano di semplificarsi. Se al protagonista vengono infatti visibilmente conferite umanità, compassione, benignità (Nikola sembra quasi avvicinarsi a una figura di Martire o Padre più che un papà); alle autorità e al potere tutto, spesso di relegano iniquità, cinismo, noncuranza. Otac cammina su un terreno minato e spesso un passo in più verso una biforcazione tra giusto o sbagliato, e soprattutto tra buoni e cattivi, rischia di farlo. Ma tra fame e speranza, fatica e sentimenti d’inadeguatezza tuttavia l’esodo di Nikola-padre e del suo regista si muove fra le macerie di una terra martoriata, che proprio in quelle spietate rovine ritrova la sua umanità più lacerante.

Regia - 4
Sceneggiatura  - 3.5
Fotografia - 3.5
Recitazione - 3.5
Sonoro - 4
Emozione - 3.5

3.7