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In Otac non è il vagare, né l’errare. L’unico movimento possibile è semmai quello di camminare, di recarsi, di percorrere. Sin dalla prima trascinata sequenza iniziale i personaggi del film si muovono, si dirigono. Si spostano in avanti e sempre mossi da un intento. Istintivo certo, poco ragionato forse, ma comunque mirato ben presto a divenire atto rivoluzionario e di protesta, di tumulto e catarsi. Nell’ultimo film del regista serbo Srdan Golubović presentato in anteprima nella sezione Panorama della 70esima Berlinale ed ora in concorso al Triste Film Festival, Nikola è un padre a cui sono stati prelevati entrambi i figli dai servizi sociali e dal suo responsabile, il corrotto giudice Vasiljevic convolto in un affare di affidamenti forzati. Dopo che la moglie si è immolata con un gesto radicale davanti all’ex fabbrica che deve ancora del denaro al marito, all’uomo viene detto che i figli non possono più vivere con lui. In casa manca l’acqua, l’elettricità, i vestiti non sono mai abbastanza. A Nikola rimane l’unica (folle) soluzione possibile: 332 chilometri da attraversare a piedi (possedere un’auto è utopia) da Priboj, paese della Serbia sud-occidentale dove vive fino a Belgrado per portare una lettera di ricorso al Ministero e riavere indietro i propri figli.

Per la prima volta lo sguardo del regista fa il percorso inverso e la metropoli diventa il punto di arrivo da un viaggio che parte dalle montagne

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Con lenti e sporadici movimenti di macchina che si concedono al realismo senza mai invadere o sovrapporre, Golubović giunto al quarto lungometraggio, prosegue il suo racconto di storie di uomini ordinari che si muovono in una Serbia di macerie e transizione. Ma stavolta – per la prima volta – , il suo sguardo è rivolto alle montagne, nelle remote comunità impoverite delle fabbriche che chiudono e dei lavori giornalieri. Nikola, interpretato dall’attore bosniaco Goran Bogdan, è uno di quegli uomini che vivono di poco, che soccombono, sopravvivono; stretto ai margini di una società che il regista non tarda a renderla simbolicamente minatoria. In quei cinque giorni di infinito cammino infatti, Golubović mette letteralmente ai confini il suo protagonista, facendolo camminare sul ciglio dell’autostrada tra camion e auto che, sfrecciando, sembra sempre che lo stiano per sfiorare o investire. Ma oltrepassati i perigli stradali, è ora la natura a insidiare e i boschi, i lupi, i dirupi chilometro su chilometro logorano progressivamente il corpo di Nikola (troppa acqua, poco cibo) fino a perdere i sensi.

Il rischio di una semplificata polarizzazione sulla politica c’è. Ma Otac ritrova fra le macerie la sua umanità

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Attraverso un lavoro sui suoni davvero egregio, Otac, ispirato da un recente fatto di cronaca, azzera la musica e lascia che sia l’alternanza fra i lunghi silenzi dei ruderi (e della natura) e il contrasto con il rimbombante fragore dei motori che spaventa all’improvviso a fungere da colonna sonora. La capacità del regista nel far percepire la fatica fisica di questa maratona sentimentale (il fiatone, l’affanno, le ferite ai piedi) è inoltre il vero centro pulsante di un dramma a sfondo sociale che, se nel primo atto guarda al cinema verità di Ken Loach e dei Dardennes, nel secondo e nel terzo accentua concetti politici sull’abbandono e l’incapacità del Sistema nei confronti delle classi sociali medio-basse che rischiano di semplificarsi. Se al protagonista vengono infatti visibilmente conferite umanità, compassione, benignità (Nikola sembra quasi avvicinarsi a una figura di Martire o Padre più che un papà); alle autorità e al potere tutto, spesso di relegano iniquità, cinismo, noncuranza. Otac cammina su un terreno minato e spesso un passo in più verso una biforcazione tra giusto o sbagliato, e soprattutto tra buoni e cattivi, rischia di farlo. Ma tra fame e speranza, fatica e sentimenti d’inadeguatezza tuttavia l’esodo di Nikola-padre e del suo regista si muove fra le macerie di una terra martoriata, che proprio in quelle spietate rovine ritrova la sua umanità più lacerante.