Parenti serpenti: recensione

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Il film di Mario Monicelli, Parenti Serpenticala come una scure sulla tavola imbandita per il cenone tradizionale e la spacca creando la fenditura ampia di una visione sociale amara e spietata sul buonismo del Natale con i tuoi. Commedia corale interpretata da Paolo Panelli (Saverio), Pia Velsi (Trieste) Alessandro Haber (Alfredo), Marina Confalone (Lina) insieme a Cinzia Leone (Gina), Monica Scattini (Milena), Renato Cecchetto (Filippo), Eugenio Masciari (Alessandro ), Tommaso Bianco (Michele). Scritta da Monicelli con Carmine Amoroso, Suso Cecchi D’Amico e Piero De Bernardi.

È un Natale dei primi anni ‘90, ma potrebbe essere del presente, quando, nella casa di Sulmona dove vivono gli anziani coniugi Trieste e Saverio, arrivano i figli con le rispettive famiglie. I quattro segmenti di affetti che si riuniscono sono quelli di Lina, bibliotecaria a Teramo, con il marito Michele, geometra comunale iscritto alla D.C. ma si vanta di non averla mai votata, e il figlio Mauro; Milena, stressata ed eternamente sofferente perché non può avere figli, e il marito Filippo, maresciallo dell’Aeronautica, che sta sempre sulla torre di controllo ma torna a casa ogni sera con la cicoria raccolta nei campi; Alessandro, impiegato postale a Modena, amico della Terra con basco socialista, succube della moglie Gina, sui cui tradimenti coniugali hanno molto da dire le cognate, e la figlia Monica, aspirante ballerina di Fantastico trattenuta sul limite del sogno da una certa bulimia; ultimo ad arrivare è Alfredo, insegnante in un istituto femminile, single. L’io narrante che ci presenta i luoghi e i personaggi è il nipotino Mauro (Riccardo Scontrini). La piccola voce ci descrive ingenuamente ogni parente, lasciando trapelare già dall’inizio l’instabilità profonda e i tratti di isteria celati dietro l’immagine della famiglia unita. Le frasi che pronuncia ci fanno intendere caratteri e problemi del rettilario domestico: “Lei è la mia mamma, soffre di colite ulcerosa e dice che è colpa del lavoro, di mio padre e anche mia.” “Il nonno, che è stato appuntato carabiniere, da qualche anno ha cominciato a soffrire un po’ di memoria”. Raccontandoci dettagliatamente i difetti di ognuno ci fa scoprire piano piano la miseria umana di tutti.

Foto di scena
Foto di scena

L’innocenza della voce infantile fa da cornice alla prima parte descrivendo la famiglia che si ritrova in atteggiamenti di facciata e subito s’incammina tra i luoghi comuni, i pregiudizi e pettegolezzi del più comune repertorio della vita in provincia, perdendosi tra scandalismo e senso del pudore, dai costumi sessuali dell’avvocato Caccioppolo alle fattezze di Ornella Muti. Lo squillo di una campanella porta improvvisamente il silenzio nella casa. Trieste corre alla finestra coprendosi il capo con un velo, le luci vengono spente. Passa la processione di Natale sotto casa ed il suono della campana ricorda a tutti i figli che devono baciare la mano ai genitori. Così è la tradizione e viene rispettata dai quattro fratelli che si inchinano davanti a papà e mamma. Nel buio della sala da pranzo, ripresa da fuori attraverso i vetri appannati dal gelo, si accende ed infiamma tutto il calore affettuoso dell’annuale presepe di famiglia. A rompere il silenzio religioso e a portare altri banali contributi ai discorsi della tavola è sempre la televisione, il medium che forma le opinioni in famiglia, con le prodezze del portiere Zenga, protagonista di una improbabile partita trasmessa in diretta il 24 dicembre. Con realismo feroce Monicelli dipinge gli atteggiamenti comuni ad una qualsiasi famiglia italiana. I due vecchi, nonno Saverio sbadato e confuso, fiero dei suoi ridicoli quadri opera dei colleghi carabinieri, il più prezioso dei quali pare essere un Déjeuner sur l’herbe, copiato pari pari a Edouard Manet con due carabinieri con pennacchio al posto dei giovani dandies accanto alla bagnante nuda, e Trieste appare grigia e scarmigliata, ancora regina della casa ma un po’ consunta.

Parenti Serpenti
Una scena del film

Poveri Saverio e Trieste, lui affetto dai primi segni di demenza senile e lei ancora tanto energica da muovere in giro per la casa l’antico braciere per scaldarne gli ambienti, sono alla disperata ricerca dell’affetto che solo i figli sanno dare. O per meglio dire, che solo i figli si crede sappiano dare. Unici personaggi ad essere portatori di sentimenti veri e a provare ancora fiducia gli uni negli altri, i soli a non essere contaminati da invidie e gelosie. Dopo aver assalito con coltelli e forchette il cenone, sbranando cibi e mettendo tra le mandibole anche qualche conoscente, i bravi figli di mamma scendono a divertirsi giocando con la neve. Poi arriva l’ora della messa di mezzanotte e tutti vanno, non prima che Trieste abbia convinto Saverio a togliersi l’alta uniforme di carabiniere (“Savè, so’ vint’anni che stai in pensione!”). La prima parte si chiude con Saverio indeciso se portare il saluto dell’Arma al bambinello oppure baciarlo come fanno tutti, opta per entrambi gli omaggi.

scena del pranzo di Natale
Scena del pranzo di Natale

La seconda parte del film, come il secondo atto di uno spettacolo teatrale, si apre durante il pranzo di Natale. Nonna Trieste comunica ai figli il desiderio e la necessità di andare a vivere con qualcuno di loro, non importa chi, l’importante è non rimanere più soli evitando l’ospizio. A chi li accoglierà andrà metà delle loro pensioni e la casa di famiglia. Ma la soluzione che appariva così semplice a Trieste crea un lacerante dissidio tra i figli. Da questo momento le frasi fatte, le ipocrisie accatastate con leggerezza lasciano il passo a liti, scontri diretti e violenza: ora tutte le parole non dette vengono urlate in faccia. Le risse continuano per giorni, i parenti si riuniscono continuamente e tra insulti e rivelazioni, come il coming out forzato di Alfredo, che non può prendersi cura dei genitori perché convive da 10 anni con Mario, di mestiere vigilantes, la via d’uscita non si trova. Nessuno dei figli è disposto a vivere con i genitori. La catastrofica fine arriva inesorabile. I membri della famiglia alla vigilia di capodanno ascoltano una notizia al telegiornale che annuncia la morte di una coppia di anziani nell’esplosione di un appartamento dovuta al malfunzionamento di una stufa a gas. Tutti si guardano negli occhi, decisi e razionali, questa può essere la soluzione. Sarà sempre la voce del nipotino, che legge il tema sulle vacanze di Natale in classe, a rivelare il crimine commesso svelando l’ultima delle tante bugie, la più orribile.

scena del veglione di Capodanno
Scena del film

Quando il Natale al cinema non era solo sinonimo di comicità mass market, film volgari e storie trascurabili, Monicelli filmava in nero l’amore per mamma e papà di figli bastardi e italianissimi.

La metafora natalizia amplifica la visione cinica che il grande regista ha della società italiana, una morale anarchica che non ha alcuna fiducia nell’istituzione famiglia. La famiglia è, appunto, solo un’istituzione, come può esserlo l’Arma dei Carabinieri, ed il suo album di famiglia è una rappresentazione finta come le grottesche raffigurazioni dei pittori-carabinieri di Nonno Saverio. Il miglior Natale del cinema italiano è il Natale senza speranza di Monicelli.

monicelli
Mario Monicelli

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