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Tra la folla, un proiettile, vibrando nel vuoto, giunge dritto al bersaglio. Lo colpisce. Francesco Ferdinando perde la vita. Passerà un mese e l’impero austro-ungarico dichiarerà guerra alla Serbia: il 28 luglio 1914 il genere umano assiste inconsapevolmente allo scoppio della prima guerra mondiale, la cui tragicità verrà rielaborata in modo brillante attraverso le lenti del cinema, trovando una delle sue migliori rappresentazioni nel film La grande guerra.

Realizzato nel 1959 grazie al contributo di Mario Monicelli e del produttore Dino de Laurentiis, La grande guerra è sicuramente tra le pellicole più esemplari dell’epoca, cinematograficamente rilevante non solo per essere un brillante affresco della condizione sociale durante gli anni bellici, ma anche – e sopratutto – perché si presenta come l’unione perfetta di due generi all’apparenza opposti ed inconciliabili, quali la tragedia e la commedia.

La grande guerra e il rivoluzionario rifiuto dell’opera celebrativa

La grande guerra Cinematographe.it

1917. In un distretto militare, il romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) incontra il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman), un uomo come lui, impegnato nel disperato – e fallimentare – tentativo di fuggire agli orrori della prima guerra mondiale. Un uomo come lui, destinato a salire su un treno, indossando una divisa. Su un treno che porta alla disperazione e alla violenza della guerra, le quali, generatrici di dolore e desolazione, diventeranno un’esperienza unificante, che li porterà a conoscere l’essenza dell’amicizia, della fratellanza, dell’umanità.

Narrando le avventure tragicomiche di due personalità comuni – all’apparenza quasi mediocri –, Mario Monicelli dà origine ad un racconto totalmente inedito che, privo della retorica encomiastica della precedente propaganda fascista, mostra spietatamente la realtà della guerra, dimensione di uomini totalmente alienati che, lontani dalla nobiltà dei personaggi omerici, si presentano come antieroi, i cosiddetti “eroi della sana paura”.

Ripudiando l’esaltazione bellica condotta dai mediocri tentativi della cinematografia, il sensibile sguardo di Monicelli si sofferma a descrivere la cruda realtà della guerra, fatta di morti e feriti, lacrime e sudore, perdite e disperazione, privilegiando dunque la dimensione della pietà. Non la guerra ufficiale, quindi, ma la guerra vissuta nella trincea.

Priva di ogni intento celebrativo, La grande guerra è lontana dall’essere un’idealistica e terribilmente ingannevole rappresentazione dell’ideale eroico che avrebbe, secondo la retorica mitologia bellica che aveva caratterizzato il periodo bellico, portato ad una gloriosa vittoria dell’Italia. La pellicola si caratterizza, infatti, come una fotografia tragica delle condizioni della quotidianità a cui erano condannati i soldati, come un ritratto struggente della vita in trincea.

La grande guerra, lontana dalla storia di ufficiali e di comandanti, non è il momento glorioso della battaglia, ma è il momento della pietà, dove un soldato riconosce la purezza dell’umanità negli occhi ingenui del suo nemico.

La grande guerra: Monicelli e il cinema del dettaglio

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Un coltello sporco che cerca di tagliare un pezzo di pane raffermo.  Una pentola dove cuocere castagne. Cartoline e lettere colme di dolore da spedire, prima o poi, ai propri cari. Scarpe a brandelli immerse nella fanghiglia della trincea. La macchina da presa si sofferma sul dettaglio, sul particolare superficialmente inutile e insensato, quasi come se fosse un prolungamento della vista dei soldati, protagonisti assoluti della pellicola.

Film girato ad altezza di trincea, La grande guerra si sofferma sicuramente sull’aspetto corale dell’esperienza bellica, osservando lo svilupparsi della quotidianità di un gruppo di semplici commilitoni, diversi ma uguali, accomunati dal dolore della guerra, una questione che riguarda e ferisce tutti, che non risparmia nessuno.

La diversità delle esistenze che si susseguono sullo schermo – e esemplificata attraverso le figure dei due protagonisti, brillantemente interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi, due tra le stelle più scintillanti del paesaggio cinematografico italiano – viene efficacemente rappresentata non solo attraverso l’esasperazione del carattere corale della bellicità, ma anche attraverso la questione del dialetto. In tal senso, in La grande guerra si assiste ad un processo di esagerazione del campanilismo che definiva rigidamente la mentalità dell’epoca, offrendo allo spettatore un mosaico disomogeneo di parole tratte dal linguaggio quotidiano e accenti, proverbi e credenze popolari.

Vincitore del Leone d’oro alla Mostra di Venezia tenutasi nel 1959 – in ex aequo con Il generale della Rovere, film diretto da Roberto Rossellini con il quale la pellicola di Monicelli condivide il linguaggio caratteristico della tradizione neorealista –, La grande guerra rappresenta le conseguenze dirette che un’esperienza universale come la prima guerra mondiale ha avuto sulla realtà individuale, analizzando realisticamente le sofferenze dovute alla violenza della distruzione. L’uomo di Monicelli si delinea, quindi, come una personalità impaurita e speranzosa, nella perenne attesa della salvezza; come una persona dove il coraggio e la vigliaccheria si fondono fino a diventare indistinguibili.

Spostando la propria visuale e adottando un carattere anti-retorico, Monicelli abbandona quindi i suoi panni ufficiali, così come l’austera rigidità del regista, e si trasforma in soldato. Con loro gioirà e con loro soffrirà, alternando momenti altamente ironici ad istanti drammatici. Con loro vivrà e con loro morirà. Con loro, solo con loro, assisterà alla guerra.