Orlando. My political biography: recensione del film del filosofo Paul B. Preciado 

Il filosofo trans Preciado adatta a documentario l'Orlando di Virginia Woolf e intesse una riflessione sulla metamorfosi come antidoto alla presunta fatalità della natura. In sala a partire da giovedì 28 marzo 2024.

“Cara Virginia, ti scrivo”. Orlando. My political biography, il film con cui debutta da regista Paul B. Preciado, filosofo trans – B. sta per Beatriz, il nome della sua precedente identità biologica femminile condensato in un iniziale puntata – dai vasti interessi (biopolitica, sessualità, architettura, teorie queer), è una lettera d’amore al romanzo che Woolf diede alle stampe nel 1928: storia di un cortigiano di Elisabetta I refrattario ai ruoli di genere e agli amori convenzionali che, dopo un lungo sonno, si risveglia nel corpo di una donna e sperimenta vantaggi (e libertà) della nuova condizione.

Orlando è un aristocratico inserito nella società patriarcale rinascimentale che non solo ha il diritto ma anche il dovere di usare violenza e che pure questo diritto che oppressivamente volge in dovere lo rigetta: perdere gli abiti maschili non è conveniente se adottiamo il metro di valutazione fallica per il quale il potere è risposta unica e univoca a ogni domanda; Orlando tuttavia accetta questa perdita, l’accoglie come un dono. 

L’Orlando woolfiano anticipa la contemporaneità queer

Orlando era me prima di essere me”, riconosce Preciado. Il filosofo, autore di Manifesto controsessuale, rifiuta di restare nel campo del sé per parlare di sé e, proprio per questo, per evadere dall’angustia egomaniaca e annodare personale e politico, convoca venticinque altri Orlando. Con loro, di diverse età e ambienti, attraverso la mediazione metateatrale di una rappresentazione animata – una messa in atto che coinvolge la voce e il corpo, il corpo della voce – dell’Orlando woolfiano, ragiona attorno a tre metamorfosi: la poesia, l’amore, la ricodificazione fisica. Se per l’Orlando letterario la trasformazione da uomo a donna avviene nel sonno, al di fuori dello spazio simbolico del racconto, nel nostro reale socialmente codificato la metamorfosi non può attuarsi senza dover sfidare la normatività psichiatrica, schiava di un pensiero ancora binario, e l’impostazione medicalizzante del processo transizionale

La psicoanalisi – si perdoni l’approssimazione, di psicoanalisi si potrebbe a rigore parlare solo al plurale –, da scienza più empirica che teorizzabile qual è, sembrerebbe suggerire che è necessario psicosessualizzarsi, scegliere, cioè, se occupare inconsciamente la posizione maschile o femminile, per amare: le fluttuazioni tra maschile e femminile proprie ad esempio dell’isteria impediscono l’erotizzazione degli affetti, l’amore che tiene insieme eros e benevolenza. Tuttavia, Preciado-Orlando, insieme ai suoi altri Orlando, nel film ci introduce a una soggettività che non per forza ha bisogno di un ancoraggio al genere per trovarsi: per alcuni, abbandonare il corpo assegnato dalla biologia per assumere il corpo ‘eletto’ come proprio è liberatorio; per altri, è liberatorio abitare “lo spazio della condizione bastarda”, né maschile né femminile, quello spazio che Virginia Woolf conobbe attraverso la madre nata in India, al tempo colonia britannica, e la sua condizione di donna sposata a un uomo e innamorata di una donna, Vita Sackville-West, a cui l’Orlando stesso è ispirato. 

Orlando. My political biography: valutazione e conclusione

Il film di Preciado, biopic non biografistico che rivendica dunque il primato della soggettività su qualsiasi sistema di irregimentazione e massa in rango, celebra poeticamente la trasformazione come essenza dell’umano, movimento in cui la singolarità di ciascuno si esprime e si afferma: “La vita non è affatto simile a una biografia. Non è una serie di episodi o avventure sentimentali o scene descrittive né la schiavitù della vita quotidiana. La vita consiste nella metamorfosi di sé” dice un Orlando tra gli Orlando prestandosi a una riflessione che si serve del singolare per raggiungere l’universalità di un sentimento di angustia, un sentirsi stretti che riguarda non solo chi, sebbene non avendo in odio i propri genitali, li avverti come dispositivi artificiali che possono essere disinnescati, sovvertiti, messi in discussione, ripudiati. Solo così l’esperienza dell’uno può farsi manifesto di un’esigenza di cambiamento, della trasformazione come accordo intimo con un sé (an)identitario e come pratica esistenziale in grado di rifondare la società. 

La poesia è sia il dispositivo scelto per dipanare un dire sulla metamorfosi, sia l’oggetto di questo dire, la metamorfosi stessa, una metamorfosi che non si limita a contestare l’ineluttabilità dell’anatomia, ma si ribella gentilmente, anche in questo senso poeticamente, a ogni forma di prescrizione e preordinazione, a ogni genere di fissità. Nella poesia, una parola può essere sostituita da un’altra, può scivolare di significante in significante come lungo una collana di perle, pur mantenendo un medesimo significato: gli Orlando di Preciado sono paladini della metafora, della ricerca continua di nuovi segni con i quali entrare in relazione con la natura, riscriverla, forse persino controllarla. Per provare, poeticamente, a divenire soggetti-agenti – e quindi anche attori protagonisti – di realtà, non soltanto passivi recipienti di ciò che succede, di ciò che cade da sopra, di ciò che appare imposto e fatale. Orlando invita chiunque abbia la fortuna di vederlo a verificare la propria disponibilità alla metamorfosi, non per forza del corpo. A volte, basta trasformare il pensiero. Spingerlo un po’, farlo scivolare di metafora in metafora, incoraggiarlo all’incontro con l’impensato. Verso un al di là della dicotomia servo e padrone o maschio e femmina.

Regia - 3
Sceneggiatura - 4
Fotografia - 4
Recitazione - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

3.5