Nosferatu a Venezia: recensione

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Nosferatu il vampiro , l’intramontabile capolavoro di F.W.Muranu. proiettato per la prima volta il 5 maggio 1922 è considerato uno dei (se non IL) migliori film sui vampiri. Caposaldo del cinema horror ed espressionista, Nosferatu il vampiro è ispirato liberamente al romanzo Dracula (1897) di Bram Stoker. Murnau dovette modificare il titolo, i nomi dei personaggi (il Conte Dracula diventa il Conte Orlok, interpretato da un fantastico Max Schreck) e i luoghi (da Londra a Wisborg) per problemi legati ai diritti legali dell’opera. Il regista fu comunque denunciato dagli eredi di Stoker; perse la causa per violazione del diritto d’autore e venne condannato a distruggere tutte le copie della pellicola. Tuttavia, una copia “clandestina” fu salvata dallo stesso Murnau, e il film è potuto sopravvivere ed arrivare ai giorni nostri. Nel 1979 il regista tedesco Werner Herzog confeziona  un remake degno dell’originale, con uno stupefacente Klaus Kinski perfettamente a suo agio nel ruolo del Conte Orlok, facendo diventare il personaggio di “Nosferatu” non solo un Dracula con nome diverso, bensì una vera e propria leggenda folkloristica; da questa eredità ne è stata tratta una seconda pellicola (anche se non fedele al finale di Herzog): Nosferatu a Venezia.

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A Venezia, Helietta Canins invita nella città dei Dogi uno studioso inglese, Paris Catalano, esperto in vampirismo. La donna vuole che venga a cessare per sempre quell’atmosfera cupa di leggende e di orrori che ancora grava nel suo palazzo; due secoli prima, infatti, mentre a Venezia imperversavano carnevale e peste, una sua ava era stata vittima del vampiro Nosferatu e con lui svanita nel nulla. Nei sotterranei del palazzo tuttora esiste un misterioso sarcofago e Helietta invita Paris ad eliminarne per sempre i resti pensando che Nosferatu sia proprio là dentro. Il vampiro, evocato in una seduta spiritica, piomba a Venezia seminando morte e terrore…

Portare in scena il personaggio del conte Orlok all’interno di un remake già non era impresa facile ma Kinski e Herzog ci sono riusciti. Creare un sequel, dal remake, di uno dei film che ha fatto storia potrebbe sembrare una bestemmia, ma così non è. Partiamo dal fatto che Nosferatu a Venezia ha avuto una produzione piuttosto travagliata, come si sa Kinski non era una delle persone più accondiscendenti e se si metteva in testa una cosa quella era; di conseguenza viene totalmente abolito il make-up adottato per il primo film e se ne porta in scena uno ideato dallo stesso Kinski (che non voleva sottoporsi ad innumerevoli ore di trucco). Il cambio di regia durante la lavorazione del film poi non ha giovato, mettendo dietro la macchina da presa lo stesso produttore Augusto Caminito (dopo aver licenziato Mario Caiano per divergenze artistiche con Kinski) che di horror ne sapeva ben poco. Fortuna vuole che in parte ha avuto l’assistenza di Luigi Cozzi, portando in scena comunque una malinconica e allo stesso tempo romantica e spettrale Venezia.

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 Il Nosferatu di Kinski in questo (secondo?) capitolo ha dalla sua una malinconia unica, è un mitico ed indistruttibile essere demoniaco che sembra stanco della sua immortalità di vampiro, deciso a porvi fine nell’unica maniera per lui possibile: facendo l’amore con una vergine. Seppur non di bell’aspetto, l’essere ha comunque molto fascino che traspare pienamente in tutta la bravura di Kinski. Christopher Plummer è la nemesi della creatura, un rivisitato Van Helsing che tenta in tutti i modi di porre fine al terrore portato dal principe della notte, scelta più che azzeccata per contrastare il vampiro accompagnato ad una perfettamente nella parte Barbara De Rossi. Le scene gore all’interno di Nosferatu a Venezia ci sono e non lasciano nulla all’immaginazione (seppur non ai livelli di altri maestri del tempo) ma ciò che crea più angoscia e paura è l’atmosfera che si respira durante tutta la visione della pellicola, portata da palazzi fatiscenti e da una Venezia avvolta nelle tenebre e nella nebbia.

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In conclusione il film datato 1988 è un piccolo gioiello del cinema dell’orrore, anche se snobbato dai più, il nostro consiglio è comunque di dedicargli una visione per poter apprezzare un lato diverso di uno dei più grandi personaggi del cinema dell’orrore classico.

Piccola curiosità: In tutta la pellicola il personaggio non viene mai chiamato Orlok o Dracula ma solo ed esclusivamente Nosferatu. Inoltre nella sua autobiografia “All I need is Love”, Kinski affermò anche di aver diretto lui stesso qualche scena del film.

 

 

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