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Un trio di amici romani organizzano quello che chiamano “tour criminale” nella Capitale, vale a dire un giro per le location che fecero da sfondo alle gesta della banda della Magliana. Per guadagnarsi da vivere e riuscire ad arrivare alla fine del mese, i tre protagonisti s’improvvisano così guide turistiche, e la cosa viene presa sul serio: i vestiti indossati sul lavoro risultano accordati con l’epoca di riferimento, gli anni Settanta. Ma qualcosa va storto. Qualcosa va storto perché quel che nasce come gioco di necessità diviene, presto, un effettivo tuffo nel passato: i tre si ritrovano catapultati nel vero ’82 romano, e la banda (quella reale) finisce per essere solo uno dei tanti imprevisti che il bizzarro e inaspettato viaggio ha in serbo per loro.

Non ci resta che il crimine: a spasso negli anni Ottanta

Non ci resta che il crimine Cinematographe.it

Come in Non ci resta che piangere, in cui le doti attoriali di Troisi e Benigni andavano a sostegno delle loro abilità, altrettanto grandi e distinte, di commediografi e registi, Non ci resta che il crimine decide di omaggiare quel medesimo filone di commedia attingendo dal quasi-omonimo film (il “crimine”, per via della trama, sostituisce il “piangere”). Ecco, se non si fosse limitato a rubarne l’idea di base, quella dei viaggi nel tempo, e lo avesse fatto per quanto riguarda il gusto comico, lo sviluppo narrativo, la costruzione dei suoi personaggi, forse ora potremmo affermare che Non ci resta che il crimine è un buon film. Se non intelligente, quantomeno divertente, spassoso.

Purtroppo, invece, l’ultimo film di Massimiliano Bruno non sposta di un centimetro la sconfortante rotta che il cinema del Bel Paese sta imbarcando (e poche, nonché sporadiche, sono le eccezioni) da ormai diversi anni, ossia quella di adagiarsi sulla sicurezza di un’intuizione di scrittura che garantisca l’attenzione di un pubblico stanco di formule stantie, sulla certezza di un cast gettonato (che Marco Giallini fosse un talento sembrava ormai scontato), ma senza poi mantenere “la promessa della premessa”. O meglio, la promessa di soddisfare la curiosità di uno spettatore che viene accalappiata dall’originalità del plot, sostenuta dalla fama di un nome di spicco.

Non ci resta che il crimine gioca con i riferimenti, ma è una commedia fin troppo convenzionale

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Eppure il film di Bruno ci prova a giocare con i riferimenti, con le citazioni (più che altro stilistiche, come gli split-screen anni ’80): ne è prova il solo fatto di essere ambientato in quell’epoca cinematografica che si prefigura come quella madre di tutte le più famose transvolate e i più emulati trip a spasso per il tempo (gli anni Ottanta), e a questo punto ricordare la saga di Ritorno al Futuro è tanto doveroso quanto scontato. Il problema di Non ci resta che il crimine, pertanto, è che, come tanta produzione recente nostrana, si tenta di “internazionalizzare” il cinema a partire dalla sola idea di base, ma senza affiancare un aggiornamento del look, della fotografia, dello sguardo filmico, dell’inventiva.

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Nella commedia l’ironia viene sacrificata a favore di gag piuttosto banali e assai poco brillanti, e neppure alla stessa “camminata” a ritroso nel tempo viene fornita una spiegazione che risulti convincente o anche solo umoristica. Se l’ambientazione è parallela alla banda della Magliana, va da sé che la contestualizzazione storica rimandi immediatamente a quella di Romanzo Criminale (ed è da lì che Giallini viene, in fondo), ma non si ha la benché minima intenzione di approfondirla. D’altronde, il 1982 è l’anno in cui l’Italia festeggia la vittoria ai Mondiali e, come se la comicità servisse a giustificare una frivolezza insipida, non c’è bisogno di sapere altro. E quindi si rimane sul filo della commedia convenzionale, facilona, piatta, che non sfrutta a dovere alcuno spunto narrativo, restando inchiodata a una trivialità che al cinema non fa più ridere.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione