Nomi e Cognomi: recensione

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Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede… si conclude con le parole della giornalista russa Anna Politovskaja il film Nomi e Cognomi, diretto da Sebastiano Rizzo, che vede tra il cast gli eccezionali talenti di Enrico Lo Verso Maria Grazia Cucinotta.

Nato dalla ceneri di un cortometraggio dedicato al giornalista siciliano Pippo Fava, l’opera prima del regista, già attore in Le mani dentro la città, affascinante volto in Distretto di Polizia, Don Matteo, Uno bianca, Squadra Antimafia – solo per citarne alcuni – agita le coscienze degli spettatori, proiettandoli in un circuito tremendamente reale, in cui la ricerca della verità rappresenta l’unica etica e la sola base della macchina mediatica.
Enrico Lo Verso veste impeccabilmente i panni del protagonista Domenico Riva (Mimmo), lasciando trasparire dallo sguardo e dalle movenze la voce, il coraggio e la caparbietà di un giornalista che decide di andare via da Milano e di rientrare nel suo paese del Sud Italia, divenendo il direttore della rivista locale Paese del Sud. Ad accompagnarlo nella sua lotta contro la criminalità organizzata i giovani volti di Marco Rossetti, Aurelio D’Amore, Giorgia Masseroni, Titti Cerrone, Marco Pezzella, Paolo Strippoli, che scenderanno nei meandri delle parole scritte, incise sui fogli per solcare gli animi comuni, ostacolate dai cattivi che, dice la Cucinotta, in questo film rimangono tali. Saranno questi giovani, molti dei quali con pochissima esperienza attoriale alle spalle, a sottolineare con la penna rossa l’importanza del futuro, a farci comprendere fino in fondo lo spirito di un lavoro che non è fatto solo di racconti, ma di indagini, fatti, retroscena, nomi e cognomi.

Lo Verso - Cucinotta

Il percorso di Mimmo rende onore a quello di tanti giornalisti italiani e internazionali; accenna e ricorda i nomi noti di quei martiri che, dal 1960 a oggi, hanno pagato con la vita la volontà di perseguire il loro lavoro secondo scelte etiche e giuste, senza comunque mai focalizzarsi esclusivamente su una sola storia, anzi cercando di costruire i tasselli di una vicenda quanto mai attuale e universale.
Così, tra i vicoli di Giovinazzo, le acque cristalline e le conversazioni affabili ma talvolta logorate dal tradimento, la denuncia ha il volto pulito di chi non vuole avere padroni, lo sguardo limpido e autentico di chi non teme nulla, non perché è rassicurato dal losco potere di Cosa Nostra, né perché sa imbracciare armi e uccidere senza rimorso, bensì perché ha chiaro in mente il peso delle parole.

Una regia attenta e superlativamente umana, capace di strappare i veli dell’omertà, di indurre la gente ad imbracciare la penna e denunciare; costringere a guardare i rotoli di mondo che non scendono a compromessi; farci camminare su quel filo labile della verità e rompere finalmente il muro del disinteresse, della corruzione e dell’ipocrisia.
Un cast in cui gli attori non sono sagome, ma vulcani attivi e ricchi di conoscenza vissuta, come Lo Verso, che dice Non ho avuto bisogno di documentarmi, perché sono storie che già conosco, con le quali sono cresciuto. Una volta un amico mi disse “Se vuoi fare l’attore devi conoscere il mondo intorno a te”. Penso alla Politovskaja e al siracusano Pippo Fava che seguivo sempre e quando l’hanno assassinato ci sono rimasto malissimo; tra l’altro è stato lui a scrivere il mio primo personaggio. Ma, come dice Mimmo in Nomi e Cognomi: “Bisogna parlarne sempre, perché deve dare più fastidio da morto che da vivo”.

cast Nomi e Cognomi

La goccia che fa traboccare il vaso all’interno della trama è legata alla questione di una discarica abusiva che “si vuol coprire di legalità”: situazione ahimè ricorrente non solo nei paesi del sud, nei quali ha già destato polemiche in relazione a tumori e contaminazione dei terreni coltivabili. Da qui prende forma un intricato labirinto di situazione, il quale segna la netta distinzione tra il bene e il male, schierando da un parte Sebastiano Rizzo che, armato di pistola e muovendosi nel buio della notte, dispensa a destra e manca proiettili, spalleggiato da un cattivissimo Totò Onnis (che interpreta il boss Nino La Greca) e da un Antonio Stornaiolo (nei panni di Gaetano Giglio) che cerca in tutti i modi di dissuadere Mimmo e di tenere a bada la sua voce, e in parte anche da Dino Abbrescia (il politico di turno Cesare Ricci).
Ninni Bruschetta (Mario de Libertis) e Mingo De Pasquale (il Commissario Martini) stanno dalla parte dei buoni insieme a Barbara Tabita (Carla Martini, moglie del commissario) e Maria Grazia Cucinotta (Anna Riva, moglie di Mimmo) che, a differenza delle favole, non potranno contare su nessun principe azzurro che corra a darle il bacio, salvandole dall’incantesimo nefasto. Dovranno, invece, rimboccarsi le maniche!
In Nomi e Cognomi condivido le scelte di Mimmo e apprezzo la sua ricerca di veritàdice la Cucinottama quando si mettono in mezzo le figlie e la famiglia inizio a dissuaderlo, a dire “va bene la verità ma questo è troppo, basta!”.  E quando le chiediamo un suo pare sul ruolo delle donne lei, che della frase un uomo vale il peso delle sue parole ha fatto l’emblema della sua vita (sostenendo che la recitazione è un lavoro ma bisogna restare se stessi, altrimenti l’esistenza diviene una bugia) risponde: Le donne sono state sempre delle forze della natura e fanno parte della vita perché danno vita. Ancora oggi purtroppo non ci sono leggi che le tutelano e non le proteggono, cosicché in tutto il mondo la donna continua a pagare per essere donna.

A dare enfasi alla pellicola una colonna sonora impeccabile e prorompente, opera di Valentino Corvino e Peppe Giuffrida, capace di far commuovere per l’eccesso di verità che riesce a trasmettere, di segnare i picchi di tensione a colpi di note intense e accentuate nei momenti opportuni. Una scia di suoni che sa sostituirsi alle parole senza svuotarle, investendo di grazia e realtà i corpi dei protagonisti sulla scena, adagiandosi al ritmo del cuore e squarciando la labile parete, che in tal caso non sussiste, tra realtà e finzione.

Giorgia Masseroni (che nel film interpreta Martina) ci rivela che alcune parti sono state tagliate per questioni di montaggio – il film iniziale era infatti di 144 minuti – eliminando dunque scene in cui si esplica il rapporto amoroso tra lei e Vito (Aurelio D’amore), che poi delinea un mutamento di Martina all’interno del film e la doppia identità del ragazzo (ammanicato con la malavita).

Nomi e Cognomi, prodotto e distribuito da Draka Film, sarà al cinema dal 14 maggio 2015. Con le considerazioni di Enrico Lo Verso circa il senso delle parole e della loro evoluzione all’interno della macchina mediatica odierna, ci accingiamo a scrivere la parola fine, invitandovi a meditare e a slegarvi dalle catene che ammanettano la coscienza.

Il senso della parola… penso a Manzoni e alla descrizione che ne fa quando scriveva di Azzecca-garbugli e a Pino Daniele, che diceva: “io ho visto morire bambini nati sotto un accento sbagliato”. Le parole sono duttili, plastiche e puoi legarle ai tuoi bisogni, usarle per confondere, per mettere distanze; quando invece potresti usarle per raccontare fatti, per abbattere le distanze, per aprire le coscienze, per informare. L’uso delle parole, sempre nella storia – si ferma un attimo con lo sguardo perso nel vuoto, poi si gira a guardarmi e afferma – si sempre nella storia, stavo pensando al Cicerone di Tacito, è stato un uso spregiudicato. Quello che dice Domenico Riva nel film è che le parole devono essere armi, non esiste la pistola buona e quella cattiva, ma la persona che usa la pistola. Le parole vanno usate in modo onesto e corretto. Io, da attore, ripeto quelle che mi mettono in bocca, ma quando si spengono i riflettori sono me stesso e cerco di usarle con la maggiore chiarezza possibile.

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