Nome in codice: Polonia – recensione del film Netflix

Nome in codice: Polonia vorrebbe fare satira pungente, vorrebbe essere irresistibile comicità sagace e anche una tenera storia d'amore. Ma non ci riesce.

Disponibile su Netflix, Nome in codice: Polonia è una commedia polacca che prende di mira un gruppo di neonazisti alle prese con i loro strampalati piani per affermare nuovamente la loro sedicente supremazia. Staszek è un ragazzo svogliato, preda di facili idealismi e dedito soprattutto a trovare un espediente per rendersi indipendente dalla famiglia senza spendere troppe energie riflettendo su se stesso o sulla società. Di lui si possono dire tante cose, ma non che sia maligno, quanto piuttosto superficiale: è proprio con questa superficialità che frequenta un gruppo di giovani neonazisti, pronti a pianificare attacchi a varie minoranze per affermare la superiorità della loro razza. I piani risultano tutti fallimentari, cosí come il loro modo di muoversi nel mondo, minati alla base da una profonda stupidità e incapacità di elaborare pensieri di senso compiuto. Se da un lato, quindi, il gruppo risulta innocuo (incapace persino di disegnare per bene una svastica e ignaro della morte di Hitler di cui continuano a festeggiare il compleanno), dall’altro lato l’insorgenza di tali organizzazioni mette in allerta l’opinione pubblica e (alcune) autorità, che segnalano la minaccia potenziale. Staszek si invaghisce di Pola, una giovane attivista di sinistra, la quale esce da una relazione problematica e che si porta addosso tutte le difficoltà di gestire sentimenti di rabbia e frustrazione senza però sfociare in comportamenti da Far West. Tra i due nasce da subito una forte tenerezza che li porta molto vicini, salvo poi far emergere le profonde differenze di pensiero tra di loro: la discussione innescata mette di fronte ognuno di loro con le storture dei pensieri fortemente radicalizzati. Nonostante la loro rottura, i due devono riuscire a collaborare per sventare un attentato degli amici di Staszek durante una parata del Pride locale.

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Vorrebbe ma non può. Nome in codice: Polonia vorrebbe fare satira pungente, vorrebbe essere irresistibile comicità sagace e anche una tenera storia d’amore. Ma non ci riesce. Tutto si spegne presto, cadendo nella facile trappola della banalità di stile e di immaginario. Il regista Piotr Kumik esegue ciò che gli sceneggiatori Jakub Ruzyllo e Lukasz Sychowicz hanno scritto e a questo si limita; da nessun elemento messo in campo scaturisce una reale elaborazione delle tematiche (potenzialmente molto forti) portate sullo schermo, con il risultato di appiattire tutta la dinamica diegetica a uno scambio di battute tra personaggi che vanno poco oltre l’essere macchiette. Razzismo, omofobia, patriarcato e misoginia vengono mescolati insieme senza essere elaborati, finendo con l’essere banalizzati e quindi disinnescati della loro potenza narrativa.

Nome in codice: Polonia – conclusione e valutazione

Nome in codice: Polonia si avvale, va detto, di un cast che incarna bene gli ideali proposti e che li potrebbe rendere bene sullo schermo (soprattutto per quanto riguarda Maciej Musialowski che veste i panni di Staszek), ma si appoggia su fondamenta di scrittura e regia non troppo stabili. Questi ultimi elementi, infatti, non promuovono nemmeno interventi da un punto di vista estetico o sonoro che diano personalità a un film che rimane di fatto piuttosto anonimo. Nei 90 minuti della sua durata, il titolo di Netflix non lascia il segno e soprattutto non riesce a sfruttare i tanti elementi comici messi in evidenza in modo da rendere il film una vera commedia di satira e romanticismo. Questa resta un’occasione persa che disinnesca la satira in favore di una resa piuttosto dozzinale.

Regia - 2
Sceneggiatura - 1
Fotografia - 2
Recitazione - 3
Sonoro - 1
Emozione - 1

1.7

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