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Dopo lo sforzo emotivo di The Wrestler e le dissociazioni mentali de Il Cigno Nero, Darren Aronofsky porta sul grande schermo la storia del patriarca biblico Noah (una grande interpretazione di Russell Crowe), discostandosi dai classici rifacimenti cinematografici dedicati all’Arca di Noé e restando al contempo fedele alla narrazione mistico-religiosa. Co-sceneggiato da Ari Handel (braccio destro di Aronofsky in The fountain – L’albero della vita, The Wrestler e Il cigno nero) e dallo stesso cineasta statunitense, Noah fonde la tradizione cristiana con quella giudaica, dando vita ad un film mitologico sospeso tra realismo e magia.

Noah: la trama

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Leo McHugh Carroll, Jennifer Connelly, Douglas Booth e Emma Watson in una scena del film di Darren Aronofsky.

Ultimo discendente della stirpe di Set, Noé (Russel Crowe) assiste impotente all’assassinio del padre Lamech per mano di Tubal-cain (Ray Winston), capostipite della schiatta di Caino. Una volta cresciuto, Noé è tormentato da incubi e sogni premonitori: è sul punto di soffocare sul fondo dell’oceano circondato da una miriade di cadaveri e carcasse di animali, oppure è fuori dalla sua capanna, sta calpestando terreno intriso di sangue e di fronte a lui infuria una battaglia cruenta.

Dopo aver compreso che l’umanità sta per estinguersi per volontà del supremo Creatore, Noé si reca sulla cima di un monte per incontrare il nonno Matusalemme (Anthony Hopkins), un anziano eremita dalla pelle raggrinzita e la barba lunghissima. Il vecchio patriarca gli spiega quello che dovrà fare per proteggere tutti gli esseri viventi dalla furia del diluvio: costruire una grande arca, all’interno della quale stipare gli animali e la sua famiglia, la moglie Naameh (Jennifer Connelly) e i figli Sem (Douglas Booth), Cam (Logan Lerman) e Jafet (Leo McHugh Carroll).

Noé comincia a costruire l’arca con l’aiuto dei familiari e dei Vigilanti, un’antica stirpe che popolava la Terra in epoche remote, discesa dal cielo per aiutare i primi esseri umani cacciati dal Paradiso terrestre. In particolare, è il Guardiano Og a difendere Noé e i suoi cari dall’attacco dei discendenti di Caino, guidati dal perfido Tubal-cain, che cercano di intrufolarsi sull’arca per sfuggire alla furia e alla distruzione dell’imminente Diluvio Universale.

Noah: tra realismo e magia

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Emma Watson è Ila, figlia adottiva e sposa di Sem, il primogenito di Noé.

La storia di Noé e della sua Arca stipata di animali è narrata nel Libro della Genesi dell’Antico Testamento (capitoli da 5 a 9): si tratta di una narrazione breve ed alquanto ermetica che Aronofsky ha arricchito e approfondito (con l’aiuto di Handel), aggiungendo personaggi e vicissitudini assenti nella versione originale.

Il cineasta, quindi, trae spunto da alcuni passaggi cruciali della Bibbia, come ad esempio il litigio di Noé con uno dei figli, per costruire sviluppi e situazioni assolutamente inusuali. Penso alla presenza delle donne sull’Arca (mai nominate nella versione originale), ai poteri magici e taumaturgici del nonno Matusalemme e al personaggio di Tubal-cain che viaggia sull’Arca come clandestino insieme a Noé, i suoi familiari e le varie specie animali.

Aronofsky, inoltre, fonde due tradizioni religiose: quella cristiana, riportando fedelmente e pedissequamente le parole presenti nel Libro della Genesi (basti pensare alla suggestiva sequenza della creazione, un sommario dedicato alla nascita della Terra e degli esseri umani confezionato nello stile tipico del regista) e quella giudaica, rappresentando e facendo vivere sul grande schermo alcuni personaggi, Samyaza, il Guardiano Og e l’intero gruppo di Vigilanti che compaiono per la prima volta in alcuni testi apocrifi.

Si tratta, in particolare, del Libro di Enoch e del Libro dei Giganti, dove Samyaza compare come il capo degli angeli caduti, esseri di pura luce discesi sulla Terra dal cielo per accoppiarsi con le donne che popolavano la superficie terrestre nella notte dei tempi. Secondo la tradizione giudaica, Dio invia sulla Terra un gruppo di arcangeli per imprigionare all’interno della crosta terrestre gli esseri abietti in attesa del Giudizio Universale.

Noah: la componente visiva e i personaggi

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Una scena del film Noah, diretto da Darren Aronofsky nel 2014: in primo piano la folla costituita dai discendenti di Caino e sullo sfondo l’Arca costruita da Noé.

Il Noah di Aronofsky è visivamente potente e ritmicamente serrato: il montaggio è nevrotico e accelerato (nello stile classico del regista), le inquadrature sono di breve durata, si passa spesso dal primissimo piano (l’uso espressivo del volto è una costante aronofskiana da The Wrestler in poi) ai long take di radure desolate e altipiani immensi (che trasmettono allo spettatore un profondo senso di desolazione e di smarrimento).

Russell Crowe, prima capellone protettivo nei confronti della famiglia, poi rasato con la barba lunga che tenta di eliminare la sua stessa stirpe, è un patriarca biblico molto diverso dal solito. Sembra mal interpretare quello che è il volere del Creatore e comincia a comportarsi come un vero e proprio invasato in preda ad una crisi mistica. Si tratta, in ogni caso, di un personaggio concreto, realistico, sebbene calato in un universo che oscilla tra mitologia religiosa e derive fantasy.

Per tutte queste ragioni, il film di Aronofsky è molto molto lontano dalle trasposizioni classiche della Bibbia, classificandosi come una rilettura del tutto personale del regista. Analoghe derive mistico-religiose torneranno presto ad animare la filmografia del regista, Mother!, diretto nel 2017 e interpretato da Jennifer Lawrence e Javier Bardem, ne è un esempio illuminante (l’assalto prima e il saccheggio poi, da parte di un gruppo di intrusi, nell’abitazione dei due protagonisti, sembra riecheggiare la furia omicida dei discendenti di Caino e la loro corsa disperata per salire sull’Arca di Noé).

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