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Nel nome della terra nasce da un antico, duplice, bisogno personale del regista Édouard Bergeon, desideroso di fornire una prospettiva sul mondo agricolo del suo Paese degli ultimi quarant’anni e al tempo stesso di omaggiare il padre, una vittima dell’incurante crudeltà della realtà globalizzata così fortemente denunciata nella pellicola.

Spinto dal produttore Christophe Rossignon, questa sua prima opera di finzione è acutamente adattata a tale sentimento, la cui potenza riesce a trasparire pienamente dalle scelte di regia, scrittura e dalle prove degli attori. Un cast trasversale guidato da un Guillaume Canet in gran forma, brillantemente affiancato da Veerle Baetens, Anthony Bajon, Samir Guesmi e Yona Kervern.

Nel nome della terra esce il 9 luglio al cinema, distribuito da Movies Inspired.

Il figliol prodigo

Nel nome della terra cinematographe.it

1979. A 25 anni Pierre Jarjeau (Canet) decide di fare ritorno a casa, dopo aver passato diversi anni a lavorare in un ranch in Wyoming, per riabbracciare la sua amata Claire (Baetens) e raccogliere finalmente l’eredità paterna, prendendo in gestione la fattoria di famiglia.

1996. La fattoria dei Jarjeau è cresciuta notevolmente sotto la nuova gestione e Pierre conduce una vita serena insieme alla moglie e ai suoi due figli adolescenti, forte di avere dalla sua un’attività con un futuro garantito sia per le sue potenzialità sia per la presenza di Thomas, il primogenito, pronto a sua volta a raccogliere il testimone.

Le ombre lunghe dei debiti accumulati e dei prestiti richiesti si fanno però sempre più minacciose e i giorni felici vanno velocemente esaurendosi per lasciare spazio ad un vortice che piano piano comincia a inghiottire Pierre, “malato di lavorare per niente“, inseguito da banche strozzine, ingabbiato da accordi tra realtà più grandi di lui e costantemente condannato dal severo sguardo paterno.

Una vita trascorsa nel nome della terra

Nel 2012 Bergeon debutta dietro la macchina da presa con il documentario I figli della terra, attraverso il quale cerca di raccontare il mondo agricolo a cui la sua famiglia è da sempre legata. Nel nome della terra è diretta conseguenza di quel lavoro, un po’ perché costituisce un secondo debutto, un po’ perché pesca ancora di più nella vicenda biografica del suo regista e, infine, perché costituisce un passo in avanti dal punto di vista strettamente artistico.

Bergeon, affidandosi umilmente e saggiamente all’esperienza dei suoi due co-sceneggiatori Bruno Ulmer e Emmanuel Courcol, racconta una storia prendendo spunto diretto da una tragedia che lo ha riguardato da vicino e preoccupandosi di raccontare prima di tutto una saga familiare dal punto di vista più umano possibile, in modo che ogni tipologia di spettatore potesse rivedercisi in una certa misura, prima di denunciare la nuova realtà contadina del suo Paese.

La regia e la fotografia vanno a braccetto, riuscendo nel compito di trasformare man mano gli stessi luoghi da favola che all’inizio sono il bucolico teatro della felicità della famiglia Jarjeau, in un ambiente oscuro, angosciante e ansiogeno. Un tunnel soffocante per il protagonista, sopraffatto da un sistema alle cui oggettive difficoltà si somma il peso delle insoddisfabili aspettative paterne.

Guillaume Canet cinematographe.it

Splendido interprete e portavoce del doppio intento della pellicola è Guillaume Canet, ben affiancato da un cast opportunamente scelto, la cui prova si concentra sulla restituzione del dramma umano, avendo cura di costituire sempre la bussola emotiva del film e, di conseguenza, degli spettatori. A lui si deve un finale scioccante, che spacca la pellicola e riesce ad impressionare fermandosi un tantino prima di diventare troppo carico. Un modo drammaticamente credibile per vedere il coronamento del percorso tris generazionale dello spaccato di saga familiare raccontato. A questo proposito è importante sottolineare la scrittura di Thomas, il figlio di Pierre, i veri occhi del regista, testimone principale della caduta del padre, la cui distruzione si compie con il distacco dal mondo familiare reso come una impossibilità di riuscire a far parte della felicità dei suoi affetti più cari. Nonostante loro non l’abbiano mai abbandonato.

Esso è forse il passaggio migliore di una sceneggiatura che in linea generale poggia comoda su cliché e meccanismi molto classici, dando quasi l’idea di non avere troppe pretese e avendo un po’ la colpa di non sapere evidenziare invece l’esaustività e l’ordine con la quale è stata pensata.

Nel nome della terra trionfa in uno scioglimento elegante, stranamente calmo, dopo una tempesta disarcionante, come se lo sguardo con cui si chiude fosse dell’unico marinaio sopravvissuto che osserva i resti della sua nave, mentre affonda.

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