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Scritto e diretto da Stéphanie Chuat e Véronique Reymond, My Little Sister è uno dei film in concorso alla 70° edizione del festival di Berlino. Si tratta di una produzione tedesca incentrata sul legame tra fratelli di fronte a una grave malattia. Cosa c’è di nuovo? Niente ed è questo il problema.

Lisa Nielsen (Nina Hoss) è una drammaturga berlinese che ha messo da parte le sue ambizioni artistiche, seguendo il marito Martin in un lavoro di insegnamento, redditizio ma insoddisfacente, in un collegio di alto livello presso la stazione sciistica svizzera di Leysin. È due minuti più giovane di suo fratello gemello Sven (Lars Eidinger), un attore teatrale omosessuale che si ammala di una forma di leucemia aggressiva. All’inizio del film egli esce dall’ospedale dopo il trapianto di midollo osseo per reintegrarsi nella società e continuare la sua vita da dove l’ha lasciata. Lisa vuole dedicare il suo tempo al fratello seguendolo nelle cure e lavorando alla sua riabilitazione. Ma gli ostacoli morali e fisici sono tanti e il film cerca di sottolineare proprio la difficoltà di stare accanto a una persona malata che vede sgretolarsi davanti a sé i propri sogni e le speranze di un futuro.

Con un allestimento melodrammatico My Little Sister risulta un dramma contenuto abbastanza tradizionale e un film sulla malattia come molti altri che abbiamo visto di recente. I due attori protagonisti regalano due interpretazioni convincenti e misurate, ma questo non basta. A Chuat e Reymond va il merito di non essersi abbandonati a inutili pietismi nella sceneggiatura, realizzando un film intimo e senza pretese. Tuttavia risulta eccessiva l’insistenza dello sguardo sul corpo aggravato e fragile di Sven, come a dare maggiore importanza all’aspetto estetico della malattia rispetto all’emotività, sicuramente più interessante da esplorare. Sono numerose le scene in cui Sven si guarda allo specchio rendendosi conto che qualcosa di orribile ha corrotto il suo aspetto e continua una caduta inesorabile dello spirito.

My Little Sister: il film di Stéphanie Chuat e Véronique Reymond presentato alla Berlinale 2020

My Little Sister cinematographe.it

Il personaggio femminile di Lisa rappresenta un giusto equilibrio tra vulnerabilità tormentata e una speranza disperatamente determinata. E’ lei la presenza centrale del film, nel suo confronto con il fratello e con il marito che appare a tratti affettuoso e presente e a tratti egoista, intenzionato a non perdere le occasioni professionali di successo nonostante tutto. Una donna determinata, forte e fragile allo stesso tempo che deve rivedere le sue priorità e non può contare su molte altre persone se non su se stessa. La regia di My Little Sister è discreta e poco ambiziosa, ma segue bene i personaggi credibili e profondi. È un racconto che funziona meglio quando viene privato delle distrazioni e si concentra sui due fratelli che fanno del loro meglio per non pensare alla fine.

Il tema della malattia al cinema è stato affrontato ormai da ogni punto di vista. My Little Sister non vuole fare la differenza, ma non riesce ad emozionare come altri film del genere. Gli manca una dimensione emotiva in grado di coinvolgere lo spettatore che, invece, prova solo una stanca tristezza.

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