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My Dinner with Hervé: recensione del film con Peter Dinklage

Un film a due facce; un racconto limpido e sincero che però fatica a mettere in scena il mutamento interiore di Hervé Villechaize.

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My Dinner with Hervé è un film del 2018 scritto e diretto da Sacha Gervasi e basato sulla sua reale intervista al celebre attore affetto da nanismo Hervé Villechaize. I protagonisti del film sono Peter Dinklage, universalmente conosciuto per il ruolo di Tyrion Lannister in Game of Thrones, e Jamie Dornan, famoso soprattutto per il suo lavoro nella trilogia di Cinquanta sfumature di grigio. Dopo la messa in onda su HBO il 20 ottobre, My Dinner with Hervé è arrivato in prima TV su Sky Cinema il 21 novembre.

Durante una difficile fase di riabilitazione dall’alcolismo, nel 1993 il giornalista Danny Tate (Jamie Dornan) viene inviato a Los Angeles per un’intervista allo scrittore Gore Vidal, a margine della quale dovrà incontrare anche l’attore nano Hervé Villechaize (Peter Dinklage), a sua volta in una profonda crisi umana e professionale dopo i successi di Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oroFantasilandia. L’incontro con Hervé porta Danny ad arrivare in ritardo da Gore Vidal, provocando la reazione sdegnata di quest’ultimo. Al giornalista non resta così che passare la serata a Los Angeles con il suo intervistato meno importante, all’insegna di eccessi, ricordi e rivelazioni.

My Dinner with Hervé: la vita di Hervé Villechaize, fra luci e ombreMy Dinner with Hervé Cinematographe.it

My Dinner with Hervé è il ritratto intimo e non sempre centrato di uno dei tanti artisti portati alla ribalta dall’industria cinematografica e poi fagocitati dal sistema, anche a causa di imperdonabili errori personali. Una cena informale diventa infatti per Hervé Villechaize un’occasione di ripercorrere luci e ombre della sua intera esistenza, partendo da una difficile gioventù, indelebilmente segnata dal suo nanismo, passando per l’inaspettato successo al cinema e in televisione e giungendo infine al triste presente, segnato da un profondo disagio interiore e dalla gloria amaramente tramutatasi in caricatura di se stesso. Tutto questo avviene in compagnia di uno sconosciuto compagno di viaggio, afflitto a sua volta da demoni personali difficilmente sormontabili ma animato dal desiderio di raccontare una dolorosa storia, addentrandosi nei meandri di una vita votata alla spensieratezza e all’esagerazione.

Attingendo dalla sua reale esperienza con Hervé Villechaize, avvenuta a pochi giorni di distanza dal suicidio di quest’ultimo, Sacha Gervasi mette in scena un biopic originale nelle intenzioni ma ondivago nell’esecuzione, forte dell’intensa interpretazione di Peter Dinklage e di numerose sequenze toccanti, ma indebolito da una narrazione che non sa andare al di là di un rimpallo fra passato e presente per raccontare il mutamento del protagonista e da una spalla troppo inconsistente per costituire un valido controcampo emotivo alla storia di Hervé.

My Dinner with Hervé fatica a mettere in scena il mutamento interiore di Hervé Villechaize

My Dinner with Hervé Cinematographe.it

Dinklage è davvero memorabile nel dare vita a un personaggio che con ogni probabilità lo tocca particolarmente nell’intimo, indelebilmente segnato dallo scherno del prossimo nei suoi confronti per via del suo difetto fisico, ma incredibilmente ostinato nello sperperare ogni occasione che il fato gli ha messo davanti, dal successo in ambito cinematografico all’amore. Peccato però che si fatichi particolarmente a cogliere pienamente il percorso umano di Hervé Villechaize, che a causa della regia piatta di Sacha Gervasi ci appare fondamentalmente sempre la stessa persona, priva di un cambiamento intimo ed esteriore che giustifichi la sua condizione attuale.

L’Hervé che si mette a nudo di fronte a Tate, confermando di fatto le voci circolanti nell’ambiente a proposito del suo carattere e non fornendo una giustificazione alle proprie azioni più convincente della passione per l’universo femminile e del delirio di onnipotenza dovuto alla celebrità, non fa né analisi né autocritica, ma si limita al racconto di ciò che è stato e a qualche schermaglia verbale con il suo improvvisato compagno di avventure, con il quale trova un punto di contatto proprio nello stile di vita dissoluto e sregolato. A mantenere in piedi il racconto sono così Dinklage e un valido comparto sonoro, che alterna efficacemente brani d’epoca e le musiche originali di Maryse Alberti, compensando le carenze di regia e sceneggiatura.

My Dinner with Hervé: un racconto limpido e sincero, che rifiuta l’agiografia e la demonizzazione

Il vero punto debole di My Dinner with Hervé è senza dubbio il personaggio di Jamie Dornan, le cui difficoltà esistenziali (ribadite fino allo sfinimento con ripetuti flashback) non costituiscono mai un gancio emotivo nei confronti dello spettatore. Si faticano inoltre a comprendere la reali motivazioni umane e professionali che spingono il giornalista, dal momento che la storia di cui viene a conoscenza non differisce in maniera sostanziale da quella già conosciuta nell’ambiente e non percepiamo mai un suo bisogno di giornalismo introspettivo e umano, che ci viene invece sbattuto in faccia negli ultimi minuti del film. Oltre a questo, spiace vedere un interprete di classe e carisma come Andy Garcia relegato all’ennesimo ruolo marginale (quello di Ricardo Montalbán, collega di Villechaize sul set di Fantasilandia), che l’attore di origini cubane mette in scena in maniera svogliata e bidimensionale.

My Dinner with Hervé Cinematographe.it

My Dinner with Hervé si rivela quindi un film a due facce, efficace quando mostra le abbaglianti luci dell’industria hollywoodiana e gli abissi umani da essa provocati, ma poco convincente nel legare tutto ciò in un racconto coerente e unitario. Nonostante questi difetti e qualche scelta narrativa discutibile (come la mancata enfasi sulla precaria salute di Hervé Villechaize, determinante per il suo tormento interiore e, con ogni probabilità, anche per la sua decisione di togliersi la vita), My Dinner with Hervé ha il pregio di raccontare un personaggio sconosciuto ai più in maniera limpida e onesta, senza eccedere né nell’agiografia né nella demonizzazione e lasciando così una sensazione di tristezza mista a impotenza nello spettatore.

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