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Museo – Folle rapina a Città del Messico, premiato al Festival di Berlino 2018 con l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura, è il nuovo film del messicano Alonso Ruizpalacios che dopo il successo di Güeros (2014), torna al cinema con una storia vera, basata sul furto avvenuto al Museo Nazionale di Antropologia a città del Messico nel ’85. Un road-movie esistenziale con protagonisti Gael García Bernal (I diari della motociclettaAmores PerrosBabel) e Leonardo Ortizgris (la serie tv Patients e la pellicola Güeros).

Museo – Folle rapina a città del Messico: il furto più memorabile della storia del Messico è opera di dilettanti

Museo folle rapina a città del messico Cinematographe.it
Juan e Benjamín

Juan Nuñez e Benjamín Wilson sono due studenti trentenni di veterinaria, molto amici e molto indecisi sul proprio futuro; il primo figlio di un medico e abituato a una vita agiata e priva di rinunce, l’altro costretto ad assistere il padre malato in una routine di umili gesti. Oltre l’amicizia, ciò che li lega è il senso di perdizione e di mancanza di scopo a Satelite, il quartiere periferico di Città del Messico in cui vivono. Un giorno a Juan viene in mente di compiere un furto, per dare una svolta alle loro vite; i ragazzi decidono così di sottrarre, durante la notte di Natale, i manufatti di inestimabile valore culturale del Museo Nazionale di Antropologia della capitale, tra cui la famosa maschera di Pakal.

Quella che sembrava un’impresa impossibile, risulta invece quasi facile ma la vera difficoltà è nel piazzare i reperti rubati: la merce unica dall’immenso valore storico e nazionale, ma assolutamente invendibile. Inizia così un road movie alla ricerca dell’impossibile, come i giovani che si tuffano dall’alta scogliera di Acapulco, verso un destino forse già scritto.

Museo – Folle rapina a città del Messico: “quello che segue è una replica dell’originale”

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Juan e la prova di fiducia

Con questa frase inizia Museo – Folle rapina a città del Messico. Lo sceneggiatore pone lo spettatore in un’ottica quasi documentaristica fin dall’inizio: la pellicola inizia e prosegue molto lentamente, accompagnando quasi ogni gesto dei protagonisti, come per ridisegnare quei giorni del 1985 e i fatti successi. Il film risulta infatti molto pesante e ricco di riferimenti troppo palesi per la caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo di Juan, il vero protagonista. La voce narrante è infatti quella di Benjamín, l’amico che lo segue in questa folle impresa, assolutamente priva di una concreta realizzazione economica.

Quello che conta e che viene fortemente espresso dalla pellicola, è il tema esistenziale legato al furto delle opere: Juan è consapevole di rubare una parte fondamentale della propria storia, della propria nazione, della propria anima, ma lo fa così come lo hanno fatto i paesi stranieri, i cui musei sono pieni zeppi di opere nate in Messico, una terra che ha visto l’alba della civiltà; lo fa come ha fatto la stessa Città del Messico quando ha trasportato il monolite di Tlaloc dal luogo di ritrovamento originario, la città di Coatlinchan, al Museo Nazionale di Antropologia. Lo fa perché, come dice la tagline del film: non sai mai quello che hai, finché non lo perdi.

Museo – Folle rapina a città del Messico: la regia si addentra nella magia delle rovine di Palenque

Il regista porta lo spettatore all’interno del meraviglioso Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico, che ha aperto per la prima volta le sue porte alla macchina da presa, seppur con forti limitazioni; la magia è però nella visione delle rovine Maya di Palenque che si possono ammirare nel loro splendore e maestosità. La regia, introspettiva e pulita, accompagna i protagonisti e il pubblico fin verso il mondo decadente della spiaggia di Acapulco in un ultimo, inutile, tentativo di fuga che si trasforma in un incontro alla Fellini, sfumando poi in un malinconico finale.

Museo – Folle rapina a Città del Messico è in uscita nelle sale italiane da mercoledì 31 Ottobre, distribuito da I Wonder Pictures.

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