Roma FF18 – MUR: recensione dell’opera prima di Kasia Smutniak

Kasia Smutniak stupisce con un documentario di grande attualità che non si piega forzatamente al messaggio ideologico, ma da cui naturalmente scaturiscono riflessioni oggi più che mai urgenti. Anche se radicano in un passato di cui non abbiamo intenzione di accogliere gli spettri. A nostro rischio e pericolo.

Kasia Smutniak debutta alla regia con Mur, un documentario che annoda la sua storia famigliare a tre operazioni di confinamento a grande impatto politico (e quindi storico), implicando nel discorso filmico un’ulteriore involucro: la sua stessa pelle. E chiedendosi, mentre lo chiede anche noi, se, forse, a mettere barriere, non si riveli più la propria fragilità identitaria che la volontà di difenderne l’unicità e la sopravvivenza da una reale minaccia esterna.

Mur: il debutto alla regia di Kasia Smutniak ci pungola su questioni essenziali, al di là della contingenza della cronaca

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‘Mur’ passerà alla Festa del Cinema di Roma (18-29 ottobre), nella sezione “Proiezioni speciali”.

Il documentario con cui Kasia Smutniak debutta alla regia è un progetto per alcuni versi naïf e rigido, con un montaggio volutamente blando e naturalistico, e la frammentarietà propria di un’impostazione diaristica a spiccato carattere personale. Nondimeno sorprende per attualità e coraggio di sollevare riflessioni senza mai forzarle: come il dibbuk, lo spiritello del folklore ebraico evocato nel film, il quale, disincarnandosi da morti insepolti, tormenta i vivi perché sciolgano l’anima del defunto dalla sospensione tra vita e morte, così Smutniak, autrice e, in parte, ‘attrice’ della rappresentazione, percorre e attraversa le faglie, quelle soluzioni di continuità in cui si perdono le identità più fragili, identità in verità malcerte e porose che hanno bisogno di demonizzare l’altro, di rinchiuderlo o respingerlo, per pensarsi integre e incolumi.

Ma che cos’è l’alterità? Basta davvero un segno astratto – un confine – per mettere al bando chi è altro da sé? E che cosa è chiamato a fare chi si trova, testimone dell’atrocità della messa al bando, dall’altra parte del confine, quella apparentemente ‘forte’? Kasia Smutniak si avvicina per vedere, per gettare il suo sguardo sulla realtà delle cose che, a differenza dei muri su cui si posa, non si risolve nel tratteggio di un discrimine tra buoni e cattivi, ma cerca di comprendere – visivamente prima che intellettualmente – due bisogni opposti: quello di entrare in contatto e quello di difendersi da quello stesso contatto. L’interrogativo è sul limite (sì, ancora un muro) oltre il quale il contatto può definirsi contagio e su quanto, nel presentare la migrazione come invasione o confusione, non faccia la voce grossa un fantasma. Un fantasma che viene dal passato e dai nodi insoluti, intergenerazionali, all’interno di noi stessi e, di conseguenza, della nostra società.

Le tre frontiere di Kasia, tra storia personale e Storia collettiva

La cineasta polacca, nel marzo 2022, all’esordio del conflitto russo-ucraino, fa visita alla casa della nonna, costruita in una parte di Łódź in cui, all’inizio degli anni Quaranta, durante la seconda guerra mondiale, si trovava il ghetto ebraico. Un’apartheid a cui sono seguite deportazioni e morti, soprattutto di bambini. Con telecamera e spesso solo un iPhone, si spinge, poi, al confine tra Polonia e Bielorussa, diaframma tra due nazioni che si snoda all’interno di un’area boschiva, uno dei polmoni verdi più grandi d’Europa, oggi depauperato della sua funzione di ossigenare e divenuto desolato teatro di smarrimenti e respingimenti di uomini, donne e bambini che, dalla Bielorussa, attraverso la Polonia, cercano di raggiungere la Germania, e da lì i Paesi dell’UE.

Lungo quella linea di demarcazione, che appunto idealmente taglia la continuità spaziale all’interno di una fitta foresta, in questi anni è in costruzione uno dei muri che più è costato in termini di investimenti europei. Smutniak si fa accompagnare nel suo viaggio – significativamente un viaggio di ritorno al suo Paese natale e alla casa dei nonni, dunque al suo passato, al nucleo della sua storia: ogni personale è sempre politico – anche da alcuni degli attivisti che, in opposizione alle disposizioni governative, mettono quotidianamente le loro esistenze a servizio del soccorso dei profughi. Il film, infine, si chiude, non ripiegandosi, bensì librandosi verso il domani, verso una ricerca che deve continuare, su un’ulteriore frontiera, quella che separa – ma separare non è anche unire? – la Polonia dall’Ucraina ostaggio della carneficina russa.

Mur: valutazione e conclusione

L’elemento di continuità tra queste tre linee – il ghetto di ieri, e i due ghetti di oggi: la barriera che respinge i profughi e quella che avvicina la Polonia a uno scenario di crisi umanitaria qual è l’Ucraina in guerra – è Smutniak stessa, anzi la sua pelle, spesso ripresa nella ‘verità ’, senza abbellimenti, con tutti i suoi segni esposti: i pori, la sottile peluria bionda sul volto, i nei.

Kasia Smutniak, affetta da vitiligine, da qualche tempo sostiene pubblicamente la necessità collettiva di riappropriarsi della rappresentazione del corpo, soprattutto del corpo femminile da parte delle donne, corpo storicamente terreno di guerra, bersagliato da giudici esterni, ma soprattutto interni, da un tribunale intrapsichico prima, e poi extrapsichico, che non fa sconti: mostrarsi per ciò che si è significa allora non indietreggiare di fronte a ciò che non ci piace, accoglierlo per quello che è, anche se – come un’affezione della pelle – ci rende ‘disomogenei’ in e a noi stessi.

Sospettiamo, ed è un bel sospetto, che Smutniak abbia affrontato ora il tema del muro non solo perché di stretta attualità – il suo documentario ci appare precorritore anche degli esiti delle ultime elezioni di Polonia, in cui l’opposizione liberale ed europeista polacca al precedente governo conservatore e nazionalista ha conquistato la maggioranza dei seggi parlamentari -, ma anche perché lei per prima sta interrogando i frastagliamenti e le smarginature della sua pelle, involucro che tiene insieme chi siamo, nella sintesi non sempre integrata e pacifica tra identità e differenza. Mur è un lavoro che, per le sue possibilità di rifrazione, merita riconoscimento e attenzione, e ci si offre come il primo passo di una ricerca cinematografica che ci auguriamo Kasia Smutniak voglia autorizzarsi a proseguire da autrice. Magari continuando a indagare, in un modo sempre più suo, altre forme di (e)marginazione.

Mur, presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e poi alla Festa del Cinema di Roma 2023 nella sezione Special Screening, è prodotto da Domenico Procacci, Laura Paolucci, Kasia Smutniak. Il film è una produzione Fandango in associazione con Luce Cinecittà, in sala dal 20 ottobre 2023 con Luce Cinecittà.

Regia - 3
Sceneggiatura - 2.5
Fotografia - 3
Sonoro - 3.5
Emozione - 3

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