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Un certain regard accoglie quest’anno un thriller argentino-cileno dalle note nostalgiche da film di serie B degli Anni ’80. Firmato da Alejandro Fadel, Muere monstruo, muere lascia senza parole il pubblico del Festival di Cannes 2018, mescolando tra loro sensazioni opposte che spaziano dalla repulsione all’istintiva empatia con i protagonisti, tanto vicini a noi quanto difficilmente accettabili a livello etico. Cruz è un detective della polizia locale, che negli ultimi mesi sta fronteggiando una strana serie di omicidi di donne. Il principale sospettato è un uomo ormai perso e debilitato, consumato nel profondo da una voce che istintentemente ripete “Muori mostro, muori“: spinto da questa sorta di mantra, l’uomo guiderà la moglie e i poliziotti alla scoperta di un vero e proprio mostro che, rappresentando il male in tutte le sue forme, si nutre della paura degli uomini.

Tre enormi M campeggiano immanenti nel paesaggio in cui si muovono i protagonisti

La costruzione dei personaggi risulta fin da subito molto netta, priva di sfumature eppure del tutto genuina. Ognuno dei personaggi porta in sé il nucleo del male e ciascuno è chiamato a fare i conti con esso, in modo da trovare un equilibrio che permetta un lieto vivere a se stessi e a chi li circonda. Il mostro si aggira nella campagna andina seminando paura tra le donne che incontra sulla sua strada e proprio della loro paura si nutre, provando una soddisfazione al momento della rituale decapitazione che molto si avvicina a una sensazione sessuale, ricca di richiami all’atto fisico che poco lasciano all’immaginazione. Gran parte della narrazione si occupa infatti del tema del femminicidio, trattato in maniera iperbolica e surreale, come fosse un enorme incubo, ma gli uomini sono per buona parte del film lasciati fuori dalla lista delle vittime del mostro e, quando colpiti dall’essere misterioso, restano feriti in maniera relativamente marginale. Contro le donne, invece, si scatena tutta la forza di un mostro che si cela nei boschi e nelle montagne, che fa dello sfondo della natura il suo habitat, per palesarsi poi in momenti di lucida follia. Non è un caso, ovviamente, che l’orrido mostro abbia fattezze quasi antropomorfe, fatta salva la testa (una via di mezzo tra un enorme glande e una vagina) e la coda (una lunga prominenza capace di allungarsi all’occorrenza, che finisce in un’equivocabile riproduzione dell’organo maschile).

muere monstruo muere
I protagonisti del film: Tania Casciani e Victor Lopez

Per quanto assurda si presenti la trama e per quanto difficile sia accettare i personaggi e le loro dinamiche da parte del pubblico, Muere monstruo, muere appare molto piú oculato di molte altre opere nel trattare questo argomento: quello che resta particolarmente impresso è una sapiente sensibilità del regista di proporre immagini tanto cruente e splatter quanto ficcanti alla situazione, denotando una capacità di sintesi che si avvicina quasi a un sincretismo umano. Ci pensa poi la sceneggiatura a fondere in un corpo solo il mostro, il paesaggio, i protagonisti e le loro dinamiche relazionali, racchiudendo tutto in un grafico che traccia tre enormi M sullo sfondo umano e paesaggistico del film. Questo contribuisce a rendere il minuscolo villaggio isolato delle montagne andine un emblema del mondo intero, dove il bene e il male non si possono distinguere in modo netto e definito. Il male, la paura, l’ossessione vengono presentati da Fadel come parte integrante della natura umana (e non solo) ribadendo la necessità di dialogo e comunicazione tra le persone, in modo da affrontare questo mostro che è, di per sé, impossibile da sconfiggere.