voto del pubblico 3.4/5
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Moving On, opera prima di Yoon Dan-bi, è un quadro tenue dai toni pastello che la regista plasma sotto la stella di una poetica lucida e incredibilmente definita. La pellicola, presentata nella trentottesima edizione del Torino Film Festival, è parte del progetto di laurea di Yoon Dan-bi presso la Graduate School of Cinematic Content della Dankook University, un’opera matura e di qualità che non ha tardato a ricevere riconoscimenti. Vincitore di ben quattro premi, il Directors’ Guild of Korea Award, il NETPAC Award, il KHT Award e il Citizen Critics’ Award, il film ha incantato il Bright Future all’International Film Festival tanto da sfiorare il sogno dei prossimi Academy Awards.

La regia di Yoon Dan-bi tesse una trama ordinaria quanto universale, una storia familiare tangibile e nuda che non necessita di essere indagata. Attraversando lo schermo in tutta la sua densità emotiva, privo di qualsiasi intento didascalico o moralistico, Moving On è un affresco sull’inconciliabilità transgenerazionale, sulla difficoltà di comunicare, sulle distanze materiche che prendono forma nel segno del silenzio; barriere sentimentali radicate e primordiali che rimangono sopite per riemergere estenuanti nel tentativo di adattarsi al cambiamento. La storia di una famiglia, somigliante quanto disgiunta, ritratta nel confronto con il silenzio.

Moving On: il paradosso domestico nell’elaborazione della metamorfosi

Dopo la separazione dalla moglie Byung-kie (Yang Heung-ju) si trasferisce con i figli Okju (Choi Jung-un) e Dongju (Park Seung-jun) nella casa del padre (Kim Sang-dong), un uomo anziano e indebolito dalla vecchiaia che trascorre silenziosamente le giornate, accennando di rado morbidi sorrisi in compagnia dei nipoti. Con l’arrivo della zia Mijeong, destabilizzata dall’imminente divorzio e decisa a trattenersi nella casa, la famiglia si trova a fare i conti con l’equilibrio delle diverse singolarità che coabitano respingendosi, ciascuna afflitta dal processo autonomo di maturazione. Le delicate condizioni di salute del nonno costringono la famiglia ad interrogarsi sul futuro della casa, uno scontro intergenerazionale alimentato da esempi di moralità del tutto divergenti.

La casa, da sempre culla dei simili, dissolve i suoi confini per farsi teatro di una serenità simulata e accoglie, nel silenzio rassegnato di chi la possiede, il disinteresse di chi la abita. Un profilo intollerabile quanto autentico che si manifesta nei rapporti stretti ad occasione tra i coinquilini, animati da desideri frivoli e destinati infine a rivalutare il peso della perdita.

Choi Jung-un è una rivelazione nel panorama sudcoreano

Se la regia di Yoon Dan-bi mantiene lo spettatore ad una distanza di sicurezza fortunata, complice la fotografia desaturata di Kim Gi-hyeo che esita e si compiace nella sua cromìa maggese e vermiglio, il declino familiare e l’incoerenza apatica dei suoi membri sono narrati attraverso gli occhi della protagonista Okju. Al suo esordio Choi Jung-un convince con una performance sobria e misurata che esalta la transizione adolescenziale, e dà carattere alla delicata elaborazione dell’abbandono e della separazione. Un crocevia di emozioni replicabili, di presenze assenti e di assenze presenti, un terreno fertile di crescita e sviluppo di un senso critico etico e responsabile.

Nell’emulazione riverente al cinema di Hirokazu Kore’eda (Un affare di famiglia, 2018) Yoon Dan-bi omaggia la disgregazione conflittuale e tensiva di un nucleo familiare colto nella sua crisi contemporanea, estendibile universalmente per osmosi al di là di ogni cultura.

Regia: 3.5 stelle

Sceneggiatura: 3 stelle

Fotografia: 4 stelle

Recitazione: 4 stelle

Sonoro: 3.5 stelle

Emozione: 3.5 stelle

Totale: 3.5 stelle