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Mollo tutto e apro un chiringuito: recensione del film del Milanese Imbruttito

Dal successo dei video del Milanese Imbruttito nasce Mollo tutto e apro un chiringuito, ma il film non riesce ad adattarsi al linguaggio cinematografico restando ancorato alla narrazione comica dei video di YouTube.

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Il 7 dicembre 2021 l’Imbruttito arriva al cinema portando scompiglio con Mollo tutto e apro un chiringuito. Dopo il successo dei video comici dei fondatori del Milanese Imbruttito Tommaso Pozza, Federico Marisio e Marco De Crescenzio i registi Pietro Belfiore, Davide Bonacina, Andrea Fadenti, Andrea Mazzarella e Davide Rossi hanno portato gli attori del web in sala.
Il cast è composto da Germano Lanzoni, Valerio Airò Rochelmeyer, Paolo Calabresi, Benito Urgu, Leonardo Uslengo, Simonetta Columbu, Laura Locatelli, Stefano Manca e Michele Manca, con la partecipazione di Elettra Lamborghini.

Il Milanese Imbruttito lascia tutto e apre un chiringuito

Il Signor Imbruttito (Germano Lanzoni), dirigente di spicco di una grande multinazionale, vive nella sua frenetica Milano seguendo fedelmente il mantra della doppia F, F*** e Fatturato. A rompere questo equilibrio ci pensa Brusini (Paolo Calabresi), eccentrico imprenditore a capo di un impero economico che, a seguito dell’offerta di una bottiglietta d’acqua, fa saltare quello che per l’Imbruttito è l’affare della vita.
L’Imbruttito accusa il colpo, cade in depressione e non riesce più a trovare una ragione per svegliarsi al mattino.
La svolta arriva da Brera (Alessandro Betti) un amico di vecchia data, che propone all’Imbruttito l’acquisto di un chiringuito in Sardegna per poter finalmente dire: “mollo tutto e apro un chiringuito!”.
Malgrado lo scetticismo del Nano (Leonardo Uslengo), il figlio dodicenne, e la furia della moglie Laura (Laura Locatelli), l’Imbruttito si lancia con entusiasmo in questa nuova avventura in compagnia del fidato Giargiana (Valerio Airò), suo “stagista di una vita” che rifiuterà un contratto a tempo indeterminato.
Con l’arrivo in Sardegna però il sogno si trasforma presto in un incubo: il chiringuito c’è e l’ambiente intorno è paradisiaco, ma si trova in una zona a dir poco remota dell’isola e gli abitanti del paese, Garroneddu, sono una comunità di semplici pastori avversi a ogni novità.

Nato come satira alla figura del “milanese” il film perde la sua componente di criticità nei confronti della brutture del personaggio

Il Milanese Imbruttito si presenta e nasce come “Un sito che ha come intento quello di far ridere, riflettere, osservare, criticare le diverse tipologie umano/metropolitane che vivono e lavorano a Milano!“, una satira a tutti quei comportamenti che la popolazione del capoluogo lombardo opera nella vita di tutti i giorni, spesso irrispettosi, egoistici e frutto di un pensiero individualista e auto-riferito. Non che tutti i milanesi siano effettivamente così ma se siete mai stati a Milano sicuramente vi sarete imbattuti in almeno un imbruttito, se siete stati fortunati a trovarne solo uno. È per questo che il progetto di Pozza, Marisio e De Crescienzio ha avuto così tanto successo sul web: hanno preso in giro tutto quell’insieme di azioni negative operate su altre persone al fine del profitto e che molti ignorano a favore delle lodi nei successi lavorativi.

Ci si aspetterebbe quindi che L’Imbruttito di Mollo tutto e apro un chiringuito sia un milanese ravveduto che abbandona comportamenti molesti, sgarbati e individualisti in favore di una ritrovata collettività, un personaggio per cui fare il tifo, che si scontri con la realtà imprenditoriale, dove la fattura è superiore a tutto. Purtroppo non è così, come spettatori siamo davanti a un film che tenta di creare simpatia, non riuscendoci, verso un uomo egoista, spesso molesto, maleducato e irrispettoso nei confronti di chi ha meno di lui, tanto che ignora chiunque lo circondi nel prendere le sue decisioni, anche i membri della sua famiglia. Allora possiamo solo sperare in un processo di redenzione, che si rivela tristemente fallimentare. Non c’è crescita o miglioramento e se questo era lo scopo del film, mostrare una realtà dissoluta dove non rimane che ridere davanti all’individualismo, allora non funziona.

Creare simpatia nei confronti di un personaggio antieroico deve partire dal presupposto che questa figura non può essere un eroe, non potrà avere la simpatia di chiunque lo circondi e l’empatia che il pubblico svilupperà nei suoi confronti sarà il frutto di un attenta costruzione delle contraddizioni che lo contraddistinguono tra giusto e sbagliato. La costruzione di un suo valore etico, discutibile, ma in cui possiamo rivedere i nostri lati più oscuri e magari riderne, se si sceglie l’approccio comico quale quello usato ad esempio in BoJack Horseman. Mollo tutto e apro un chiringuito non fa invece nulla di tutto ciò, il suo personaggio principale non è un eroe, né un villan o un antieroe, il suo percorso narrativo sembra così muoversi in cerchio, senza una destinazione che non sia una serie di stereotipi da cui trarre singole sequenze, le quali sembrano già viste – il “take a seat” ricorda un po’ troppo “prenda pure una cadrega” – e dove gli unici elementi che attirano l’attenzione, per la novità che rappresentano, sono il personaggio di Laura (Laura Locatelli), la moglie dell’Imbruttito, con una voce propria e che si fa sentire senza rimanere una figura anonima sullo sfondo, e quello di Brusini, Paolo Calabresi, il quale dovrebbe rappresentare un nuovo tipo di imprenditore che tiene talmente all’ambiente e all’ecologia da rifiutare persino accordi economici davanti all’uso delle bottigliette di plastica, una realtà che nella vita di tutti i giorni possiamo solo sognare.

Mollo tutto e apro un chiringuito: nulla di nuovo sotto la madonnina tuta d’ora e piscinina

La commedia italiana continua a preferire un approccio superficiale alla quotidianità, non c’è satira o riflessione sociale, gli elementi del quotidiano si limitano a prestarsi a gag dimenticabili. Citare il reddito di cittadinanza, stagisti e contratti a tempo indeterminato, ormai più rari di un unicorno, non serve se non vengono accompagnati da uno sguardo critico alla nostra società e al mondo del lavoro di oggi. Mollo tutto e apro un chiringuito vuole prendere in giro il mondo della metropoli milanese, tuttavia i meccanismi di cui si serve continuano a restare validi, nulla viene messo in discussione, nemmeno davanti a un piccolo paese sardo, un’altra occasione mancata nel lungometraggio: la possibilità di guardare alle isole e al sud del nostro paese, troppo spesso ignorato e lasciato a se stesso davanti anche a gravi emergenze.

Se Ugo Fantozzi, personaggio creato da Paolo Villaggio nel 1968, ha rappresentato l’iperbole vivente di un singolo sopraffatto dalla realtà che lo circonda e perciò è stato eletto come l’archetipo dell’italiano medio degli anni settanta, l’Imbruttito non riesce a imporsi cinematograficamente come rappresentativo della realtà lavorativa attuale nel nostro Paese. Guardando oggi i film di Fantozzi questi ci appaino distanti, superati e della comicità corporea scelta da Villaggio rimangono impresse solamente alcune scelte iconiche entrate a far parte della nostra cultura, tanto che alcune battute si conoscono anche non avendo mai visto i film dell’iconico personaggio.
Mollo tutto e apro un chiringuito appare già superato nella sua quotidianità, non solo non si discosta da alcuni elementi tipici della commedia italiana, che per quanto gloriosa nel suo passato è caratterizzata da stilemi che non funzionano più – l’arte cambia sempre e uno dei generi che subisce più modifiche è proprio la commedia – ma porta con sé la narrazione di YouTube che ha fatto conoscere il suo personaggio e che non funziona sulla durata di un film. Il lungometraggio sembra un perfetto estratto del un video “Chi è il Milanese Imbruttito?”, per poi seguire con la spiegazione di chi è un Giargiana, il tutto accompagnato da stereotipi di vario tipo, dall’imprenditore milanese che chiama il figlio Nano e a 12 anni gli regala la partita Iva (rigorosamente di un altro Stato) al sardo che va in giro per il paese con fucile appresso e si intratterrebbe con capre e pecore.

Alla fine del film quello che lascia l’amaro in bocca è che non c’è nulla di nuovo sotto “la Madonnina tuta d’ora e piscinina”. La commedia italiana rimane ancorata agli accenti forzati, alle battute su stereotipi regionali, alla comicità corporale e quel mondo di cui dovremmo ridere dissacrandolo nelle sue componenti negative continua a rimanere saldo sullo sfondo, senza attacchi, resiste e non cambia mai.

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