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Rispecchiarsi in qualcun altro. O, ancora, vedere in lui qualcosa che ci ricorda di chi un tempo conoscevamo. Chi ci è stato affianco, chi ha voluto il nostro bene e, viceversa, ne abbiamo voluto noi a lui. Non è mai facile lasciare andare chi faceva così strettamente parte della nostra vita, è per questo che vederne ritornare anche un piccolo pezzo, anche solo una reminiscenza della sua essenza, può spingerci a legarci indissolubilmente a un’altra persona, a qualcuno che sembra contenere quella presenza e ci fa sentire più vicini a quella mancanza di quanto siamo mai stati. È da questo bisogno di ristabilire un’unione con chi non c’è più che si sviluppa la storia di Mighty Oak, film diretto da Sean McNamara su soggetto e sceneggiatura di Matt Allen.

Morto in un tragico incidente d’auto, Vaughn Jackson (Levi Dylan) lascia la sua musica, la rock band Army of Love e una sorella devota al suo talento e alla sua carriera, manager del gruppo capitanato dal fratello, distrutta da quell’evento fatale che le stravolgerà l’esistenza. Dopo aver rinunciato ai concerti e aver sprecato gran parte della sua energia, Gina (Janel Parrish) troverà nuovamente la spinta per tornare a vivere e ad appassionarsi alla musica grazie al giovane Oak Scoggins (Tommy Ragen), dieci anni e una capacità innata alla chitarra, quella che un tempo apparteneva a Vaughn e che, nelle mani del ragazzino, sembra riportarlo sul palco e in vita.

Mighty Oak – La reincarnazione e quella visione superficiale del ritornomighty oak, cinematographe

Senza alcuna spinta per una vera e propria esplorazione di ciò che significa ritrovare nella pelle di un altro qualcosa di chi abbiamo amato, cercando di sfruttarne i dettami generali non considerando però l’importanza di approcciarsi con una sensibilità accurata a un tema talmente delicato, Mighty Oak approfitta della possibilità della reincarnazione per un film che ne cerca i connotati spirituali e intimi, ma che sembra solamente utilizzarli alla fine con eccessiva banalità. Una superficialità dell’argomento, talmente fragile, nonché facilmente fraintendibile nelle considerazioni, che costa al film di McNamara quell’aurea da melò incolore, tanto da determinarne il non-carattere e un’inconsistenza generale del racconto, che nella specificità dei suoi personaggi e delle loro azioni non riesce a riscuotere l’aspettato successo.

Un’aria da gran dramma che Mighty Oak cerca però di mitigare con l’apporto di tutto quell’apparato musicale che dovrebbe contestualizzare il rapporto instauratosi tra la protagonista Gina e il creativo Oak, insieme a una simpatia di sorta che risulta falsa e meccanica nelle dinamiche relazionali all’interno del film, dove gli eventi vorrebbero essere mossi dai grandi fili che è il destino a tirare, ma che in realtà nella pellicola sembrano capitare con assoluta facilità e leggerezza ingenua di scrittura.

Mighty Oak – Un grigiore di fondo che si diffonde per tutto il filmmighty oak, cinematographe

Un’ovvietà, per ciò che vuole esplicare il film, in cui è davvero difficile trovare una genuinità che probabilmente la pellicola si sarebbe aspettata, rimanendo continuamente circoscritta a una futilità tale nella delineazione dei rapporti e nella storia di rinascita e ritrovamento di qualcuno di caro che non coinvolge alcuna sinapsi emotiva, né nello spettatore né, sembrerebbe, all’interno dei personaggi stessi.

Una semplicità che si riflettete negli incastri descritti all’interno di Mighty Oak e in una messinscena ai limiti del convenzionale dove non risalta nulla di artistico, aggravata dalla fotografia pauperistica di Robert Hayes in cui un percepibile grigiore di fondo direziona l’intera luminosità dell’opera, così come va poi descrivendo lo stato inespressivo del film, che avanza costante per la sua intera, sfibrante durata.

Mighty Oak è in uscita negli USA sulle piattaforme digitali dal 7 luglio 2020, mentre non è ancora stata divulgata una data d’uscita italiana.

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