Megadoc: recensione del documentario di Mike Figgis da Venezia 82
Un documentario che si professa eutanasia poetica di uno degli autori più incisivi della cinematografia dell'irreale. Un cinema commissionato per un'ultimo -conscio- gioco con le visioni.
“Il cinema è l’unica arte che uccide ciò che cerca di preservare.” – Jean Cocteau.
In Megadoc, il film di Mike Figgis, presentato nella sezione Venezia Classici della Mostra del Cinema di Venezia 82, Francis Ford Coppola non è soltanto un regista nel crepuscolo del suo percorso artistico, è l’incarnazione stessa del cinema che, divenuto consapevole, si riguarda con la solennità di chi sa di dover dire addio alla propria immagine. Uno sguardo velato dalla stanchezza e al contempo abbagliante nella sua lucidità riflessa in un uomo e nell’intera ontologia filmica in disfacimento: inquadrato di spalle, come un profeta che attende la discesa dell’oracolo, Coppola si lascia seguire dalla camera invisibile di Figgis; un occhio che non incide, ma coglie; non compone, ma riceve. Uno sguardo che si fa ostetrico di immagini ancora in gestazione, incerte, fluttuanti, intrinsecamente umane.
Megadoc è una masterclass

Megalopolis, l’opera-mondo che Coppola ha inseguito per decenni, è un sogno imperiale nutrito di rovine classiche e visioni urbane — una città impossibile sospesa tra utopia e vertigine.
Echi lontani di Apocalypse Now, con la sua grandiosità barocca e il delirio della costruzione, si fondono con l’ossessione visiva di The Conversation, dove il controllo diventa claustrofobia e la composizione si fa trappola. Megalopolis si iscrive in questa genealogia titanica: è una mappa interiore, una Roma postmoderna in cui ogni architettura è già memoria della propria rovina. A fare da contrappunto, Megadoc, specchio critico e lucido del progetto, opera meta-cinematografica che smaschera il mito della creazione per mostrarne la carne viva. Figgis non racconta, incide. Non osserva, disseziona. E in questa chirurgia dell’immaginario, Coppola emerge come una figura archetipica, un Prometeo cinematografico in bilico tra hybris e resa, grandezza e disfacimento.
Abitanti del cinema
Il linguaggio filmico adottato da Figgis è ridotto all’osso, ma proprio per questo essenziale, prossimo a una poetica della denudazione. Nessuna concessione al pittoresco: la macchina da presa non consola, non glorifica. Assiste. Testimonia. È la cinepresa del silenzio, quella che registra la frattura tra l’atto e l’intenzione, tra l’immagine e la sua impossibilità. Il set di Megalopolis appare come un confine sacrale — soglia e rovina — in cui la messa in scena implode per rigenerarsi. Una webcam, semplice interfaccia tecnica, diviene emblema di una sorveglianza incrociata tra attore e regista, tra autore e opera, tra ciò che è reale e ciò che pretende di esserlo.
Lo stile di Figgis, con il suo ascetismo visivo, contrasta radicalmente con la sontuosità monumentale di Coppola. Laddove Coppola costruisce cattedrali cinematografiche e performanti, Figgis lavora come un archeologo dello sguardo: scava, misura, resta in ascolto.
I suoi movimenti di macchina, minimi, dilatati nel tempo, evocano più la pazienza di una camera di sorveglianza che l’urgenza narrativa di un film. In questo dispositivo, l’attore cessa di essere interprete per farsi testimone. Il regista non è più demiurgo onnipotente, ma interlocutore vulnerabile.
Il film non è un oggetto, ma un organismo in divenire. Fragile, doloroso, irrimediabilmente incompleto.
Megadoc: Francis Ford Coppola
A 85 anni, Coppola non gira più un film: compie un rito. Il suo corpo, appesantito dalla memoria, attraversa lo spazio filmico come una reliquia vivente: un gesto che racchiude il peso e la grazia di un’intera epoca. Un tempo dominatore della macchina-cinema — quella stessa che in Apocalypse Now si faceva veicolo di visioni infernali e mitiche — ora è lui a lasciarsi dominare. Attraversa il set come si attraverserebbe la navata di un luogo semidistrutto: non per edificare, ma per ricordare. Coppola non dirige: contempla. La sua presenza sul set non è più gesto autoritario, ma resa contemplativa. Non costruisce, abita. Cammina tra le rovine del proprio immaginario come un architetto che vive tra le fondamenta di una città mai completata. Non più il sovrano del racconto, ma il pellegrino dell’immagine.
Il documentario come eutanasia poetica
Figgis, cineasta del sottrarsi e dell’attesa, agisce come teorico implicito del dispositivo filmico.
Autore di un cinema essenziale (Timecode, Leaving Las Vegas), disegna qui una grammatica visiva che non descrive, ma interroga. La sua macchina da presa non interpreta la realtà: le si affida.
Come nella grande video-arte, la sua presenza/assenza non produce narrazione, ma pensiero.
Il suo sguardo, apparentemente neutro, è in realtà radicale: opera uno scavo filosofico nella carne del visibile. In questo senso, Megadoc non è un making of ma un’opera concettuale: una riflessione stratificata sull’ontologia dell’autore e sull’epistemologia dell’immagine.
Se Megalopolis è il sogno che si dilata, Megadoc è il risveglio che ne accarezza le ceneri.
Figgis ci mostra Coppola mentre tenta di addomesticare l’utopia, di rifondare un mondo cinematografico che si sta dissolvendo sotto i suoi occhi. Ma ciò che emerge non è la riuscita dell’impresa: è la nobiltà del tentativo. Il documentario si fa gesto di accompagnamento, una sorta di eutanasia poetica: non cancella il film, lo accompagna verso la sua fine inevitabile con la dolcezza di una preghiera laica. Nessuna estetica da esibire, nessuna trama da chiarire. Solo uno sguardo etico che permea ogni fotogramma.
Nel dialogo silenzioso tra i due registi — tra Coppola e il tempo che lo attraversa, tra Figgis e la Storia che osserva — si impone un assioma radicale: “Solo l’immagine può immaginare. Solo l’immagine può provare la realtà.”
E Coppola lo sa. Si concede, si offre, si lascia filmare. Non per vanagloria, ma per necessità ontologica.
La sua autobiografia si scrive non con le parole, ma con l’atto stesso del fare. La camera di Figgis diventa confessionale e gabbia, sacrario e tribunale.
Megadoc: valutazione e conclusione
Quello che resta non è un film. È un palinsesto di sguardi, una sedimentazione di tempo, corpo, memoria.Megadoc è l’ultimo atto di un cineasta che non cerca l’applauso, ma l’ascolto. Non desidera il mito, ma la comprensione profonda del proprio gesto. È un addio senza enfasi, ma carico di significato. Coppola affida alla camera di Figgis la sua confessione più spoglia, la sua confessione laica:
“Uccidetemi pure, ma lasciatemi dire che è stata una vita buona.” In questa frase, disarmante nella sua nudità, si condensa il senso ultimo di tutto ciò: che il cinema non è immortale nell’opera finita, ma nella tensione umana che la genera, la tradisce, la reinventa.
Megadoc è il documentario diretto da Mike Figgis, una celebrazione a Francis Ford Coppola. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 82.