Mank: recensione del film Netflix di David Fincher

La recensione di Mank, il film Netflix diretto da David Fincher con al centro lo sceneggiatore di Quarto Potere Herman J. Mankiewicz e la Hollywood degli anni Trenta.

Il progetto era pronto in un cassetto da oltre una ventina d’anni, ma non c’era mai stato verso di riuscire a fargli vedere la luce, nonostante negli anni David Fincher si sia affermato come uno dei registi di maggior talento e successo della nostra epoca. È dovuto arrivare Netflix per permettergli di coronare il suo sogno e anche questa volta, come nei casi di The Irishman e Roma, dobbiamo ringraziare il colosso dello streaming per la possibilità di veder realizzato un lavoro che esalta la settima arte e ne sprigiona tutta l’essenza. Mank è la storia dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, geniale e autodistruttivo al tempo stesso, una penna brillante ma dal carattere complesso e sopraffatto da problemi di alcolismo. Il lavoro sopraffino di Fincher – basato su una sceneggiatura scritta negli anni ’90 dal padre – non è però un semplice biopic, né è solamente il racconto di come Mankiewicz ha realizzato la sceneggiatura di Quarto Potere. Mank è uno straordinario affresco della Hollywood degli anni ’30 e ’40, un racconto socio-politico, una riflessione sul potere e sui suoi mezzi, una ricostruzione virtuosa di un’epoca passata, un atto d’amore – pur con un occhio estremamente critico – verso il cinema, ed uno sguardo al passato che però ci parla molto, moltissimo, del presente.

Mank è la storia dello sceneggiatore di Quarto Potere nella Hollywood della golden age

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Herman J. Mankiewicz – da tutti all’epoca chiamato Mank – era al culmine della sua carriera. Noto per la sua capacità nel costruire dialoghi arguti e brillanti, espressa al meglio con l’avvento del sonoro, lo sceneggiatore aveva avuto modo di collaborare con le maggiori case di produzione hollywoodiane, anche se quest’ultime non sempre avevano permesso un’adeguata valorizzazione della sua genialità. A questa limitazione si sommavano le sue particolarità caratteriali, un problema d’alcolismo e la sua visione politica, distante dall’americanismo repubblicano imperante in quel periodo.

Nella primavera del 1940, Mankiewicz è stato scelto per scrivere la sceneggiatura di Quarto Potere, l’opera passata alla storia per il modo in cui rivoluzionò la cinematografia mondiale. Mank elabora la stesura mentre si riprende da un incidente d’auto in una tenuta privata, accudito da una gentile e premurosa infermiera di nome Rita e tenuto sotto pressione da John Houseman, collaboratore del regista Orson Welles, al fine di rispettare la scadenza di 90 giorni per finire la sceneggiatura. Riflette – attraverso lunghi flashback – sul suo passato a Tinseltown, sul rapporto avuto con il magnate William Randolph Hearst e la sua compagna Marion Davies. Il tutto si interseca con la campagna elettorale per l’elezione del Governatore della California del ’34 tra il repubblicano Frank Merriam e il democratico socialista Upton Sinclair e il ruolo avuto dagli studios all’interno della lotta politica.

Mank è un film moderno realizzato come fosse una pellicola degli anni ‘40

Fincher ricostruisce in maniera esemplare la Hollywood dell’epoca, senza una volontà magnificatoria, ma ricreandone lo spirito e malleandone l’essenza, attraverso una messa in scena e una tecnica che ricalca quella utilizzata al tempo. Mank è un film del 2020, prodotto in digitale, ma è realizzato perfettamente come un film degli anni Trenta: dalle inquadrature e i movimenti di camera – con una regia esemplare e straordinariamente retrò – alle scenografie, ai costumi e alla pressoché perfetta colonna sonora, composta da Trent Reznor e Atticus Ross, fino all’uso eccelso del bianco e nero, valorizzato da una sontuosa fotografia curata da Erik Messerschmidt, e di alcuni escamotage d’effetto come le finte “bruciature di sigaretta” e i piccoli sfarfallii della musica, a simulare le vecchie pellicole con la fine di una bobina e l’inizio della successiva.

Lo script è costruito su di un brillante parallelismo con quello di Quarto Potere, ricreandone similarmente la struttura narrativa non lineare, basata su salti avanti e indietro e diverse linee temporali che vanno a comporre un mosaico della vita di Mankiewicz, in evoluzione tra il presente e quei ricordi del passato che ne delineano la personalità e la vicenda umana e professionale. Ci viene poi presentata un sofisticata specularità tra il Charles Foster Kane del film di Welles e la storia di William Randolph Hearst, a cui effettivamente Mankiewicz si è ispirato per la scrittura del protagonista del suo film.

L’opera di David Fincher guarda al passato ma ci parla del presente

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La sceneggiatura è particolarmente densa, ma straordinariamente coesa e, al di là della definizione del personaggio al centro del suo racconto, ci porta in uno scorcio politico dell’epoca che molto ha da dire anche sul mondo odierno. Attraverso la narrazione della sfida delle elezioni californiane del ’34 Fincher ci parla della brama di potere e della potenza dei media nella nostra società – proprio come accadeva in Quarto Potere. Ci mostra l’utilizzo di fake news ante litteram, quali i filmati realizzati ad hoc dalle case di produzione cinematografiche per demonizzare il “socialista” Sinclair, per screditarne la figura e spaventare l’elettorato, conducendolo verso il candidato repubblicano. Il film dunque è anche una sorta di dramma sociale che narra le strutture di potere – economiche e culturali – americane e racconta come i media possano orientare le masse, sostenuti da queste strutture che cercano di autotutelarsi, respingendo l’idealismo popolare di un candidato che vuole offrire un cambio di prospettiva dopo la Grande Depressione.

Troviamo inoltre nel substrato del lavoro di Fincher un’ode al valore della scrittura e alla sua importanza, ristabilendone una posizione elevata al pari della regia e non più sottomessa. L’autore infatti sembra dirimere a favore di Mankiewicz la contesa tra questo e Welles in merito a chi fosse il vero padre del carattere rivoluzionario insito in Quarto Potere.

Mank è impreziosito da un cast eccelso capeggiato da un eccezionale Gary Oldman

L’opera di Fincher può poi contare su di un Gary Oldman all’ennesima prova camaleontica della sua carriera, stupefacente interprete di tutta la sfaccettata e complessa personalità di Mank, capace di renderne l’intrinseca contraddittorietà di una brillante genialità e una tendenza viziosa e autodistruttiva. Non siamo però di fronte ad uno stand alone di Oldman, il protagonista è circondato da un cast di alto livello. Troviamo una magnetica e fintamente innocente Amanda Seyfried nei panni di Marion Davies, suadente ed elegante, ispirata e sorprendente, nella sua forse migliore performance di sempre, nonostante il ridotto minutaggio di presenza sullo schermo. E a proposito di presenza contenuta, è anche l’Orson Welles di Tom Burke a convincere pienamente, comparendo solo nel tratto finale del film, ma tanto basta a Burke per trasformarsi con un’aderenza stupefacente nello spigoloso e iconico regista. Eccellono inoltre Charles Dance nella parte del magnate Hernst, figurandone bene la spregiudicatezza e la bramosia, e Lily Collins, che esprime tutta la dolce e il gran cuore – ma dall’animo determinato – della ragazza che si deve rapportare con Mank durante la sua convalescenza.

Il film di David Fincher rappresenta l’essenza dell’arte cinematografica unendo perfezione formale e brillantezza dei contenuti

Mank è cinema puro, una perla di rara bellezza e sontuosa fattezza. Probabilmente non un prodotto fruibile da un pubblico a trecentosessanta gradi, ma un’opera cinefila dal grande fascino e dall’anima profonda, complessa e finemente elaborata, capace di unire l’esaltazione dell’arte cinematografica con la costruzione di un sofisticato discorso socio-politico. Se con The Social Network Fincher ha scolpito una pietra miliare del cinema contemporaneo e della sua capacità di leggere il principale fenomeno comunicativo del decennio scorso, con Mank il regista costruisce una drammatizzazione sul potere mediatico che – guardando al passato e rievocandolo nella sua essenza – ci parla del presente con intelligenza e raffinatezza, componendo un omaggio agrodolce e un’analisi sociale amara e romantica al tempo stesso.  C’è nel lavoro di Fincher un’eleganza formale pressoché perfetta unita a una vibrante densità contenutistica, emblema di un’autorialità brillante e cristallina, che ci porta al cuore della settima arte.

Regia - 5
Sceneggiatura - 5
Fotografia - 5
Recitazione - 4.5
Sonoro - 5
Emozione - 4

4.8