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Manglehorn è un film diretto da David Gordon Green, interpretato da Al PacinoHolly Hunter Chris MessinaManglehorn, presentato alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, racconta la storia di un fabbro, un uomo solitario che vive riparando serrature, lucchetti, chiavi di porte, casseforti e macchine.

A.J. Manglehorn torna ogni giorno nella sua casetta dimessa abitata solo dal suo gatto, è un uomo molto abitudinario, mangia nella sua tavola calda, ogni venerdì va in banca, scrive in modo ossessivo lettere ad una donna che ama follemente e che rimpiange di non avere accanto. Quest’uomo, nonostante l’inerzia della sua vita, riconsidererà il suo presente, scontrandosi con una realtà asfittica e inarrestabile, che lo coglierà inerme e impreparato ad un vero cambiamento e che porterà quelle poche persone che lo circondano ad allontanarsene inesorabilmente.

Manglehorn

Manglehorn è un film che vede Al Pacino incarnare un ruolo molto maturo, poetico, che si disgela tra le pieghe e le ferite di un uomo stanco, rammaricato, irrigidito dal rimpianto. A.J. Manglehorn è un padre ferito dalle sue scelte, un uomo che vive in esilio dal mondo, invaghito di un’unica donna, Clara, conosciuta anni prima ma che non ha mai avuto il coraggio e il modo di cogliere e tenere stretto a se. Il suo unico figlio, Jacob, non comprende le dinamiche interiori del padre, né tanto meno egli comprende il mondo sferzante della finanza che dirige il figlio, appartengono a mondi completamente diversi che entrano in collisione solo per cambiare traiettoria. L’unica persona che sembra riuscire a stabilire un contatto con Manglehorn è Dawn, una donna che lavora in banca e che segretamente è attratta dall’uomo senza avere il coraggio di rivelarsi.

Il film di David Gordon Green delinea la figura di un uomo, che essenzialmente è un fabbro, un uomo che ripara le serrature, ma che in passato è stato un coach, un uomo degno di rispetto, idolatrato dai ragazzi, quasi un ricongiungimento con quell’iconico Tony D’Amato, ma che oggi è solo un’ombra di ciò che era.

Manglehorn: un film tra realismo e simbolismo

Manglehorn

La narrazione di Manglehorn si espone attraverso differenti espedienti: c’è un racconto intimo, che è centrale ma resta fuori da ogni dialogo, viene affrontato poco il dissidio che soffre, ma è il perno del film; c’è un racconto visionario, in cui il protagonista sogna, immagina, ripercorre, pensa, si autodistrugge lentamente, vive imprigionato in un luogo senza aperture, senza serrature.

Manglehorn vive di un suo realismo, di un racconto umanistico, individuale, egoriferito, ma anche di simbolismi, come vuole suggerire il suo lavoro, le chiavi, che sono la soluzione al suo paradigma. Ogni azione del film è determinata da una chiave, uno strumento metaforico che si ricongiunge con il malessere e il carattere serrato di Manglehorn, che decide, piuttosto che vivere, di rinchiudersi nella propria prigione e di perdersi dentro un isolamento volontario che sa di meritare. Tutti i suoi cari, dal figlio a Dawn, sono respinti, incapaci di dare a quest’uomo una speranza di ripresa, una scusa per riappropriarsi della propria vita, perché la sua infelicità paradossalmente fa meno male della realtà, quella che lo costringerebbe a cambiare, a dover prendere di petto la sua esistenza declinata all’adorazione di una donna.

Manglehorn è un film che vive della maestria di Al Pacino

Manglehorn

Manglehorn è un film che vive dell’eccezionale maestria di Al Pacino, la sua recitazione è precisa, reale, che non sconfina, non blocca, ma rende così vivida la disperazione di un uomo che accetta la propria sconfitta, vivendo una solitudine, un esilio che viene narrato da David Gordon Green con i tempi giusti, gli sguardi, i silenzi che aiutano a rendere sempre più visibile la prigione che circonda il protagonista, una cattività emotiva che avrebbe potuto parallelamente bloccare o rallentare il racconto, rendendolo monocorde, ma ciò non accade mai.