Venezia 80 – Malqueridas: recensione del documentario della cilena Tana Gilbert

All’interno della SiC – Settimana internazionale della critica, rassegna dedicata ai debutti – la cilena Tana Gilbert (1992) presenta il suo primo documentario, realizzato grazie ai video registrati furtivamente da alcune donne recluse in penitenziari cileni: una riflessione poetica sul costo della maternità impedita dalla detenzione.

Con Malqueridas, Tana Gilbert, cineasta cilena trentenne, è partita dalla sua biografia per ribaltarla: figlia di un padre a lungo detenuto in carcere, ha testimoniato per anni il tentativo di sua madre di preservare il posto del genitore assente nella sua coscienza e affettività di bambina. Quando è cresciuta e si è accostata al cinema, ha immaginato per la sua ricerca di regista e sceneggiatrice un rovesciamento: che cosa accade quando a doversi allontanare dai figli per scontare una pena non sono i padri, ma le madri? E, procedendo lungo un ulteriore slittamento, che cosa accade non soltanto ai figli privati della guida e del calore della madre, ma a quella stessa madre strappata al corpo del figlio e, nel tempo, sempre più anche alla sua memoria? 

Malqueridas: dentro un centro di detenzione femminile, accanto a donne che hanno dovuto rinunciare a crescere i figli per pagare una colpa

Malqueridas, recensione, Cinematographe.it
Tana Gilbert è una regista cilena formatasi attraverso i cortometraggi: ‘Malqueridas’, di genere documentaristico, è il suo primo lungometraggio.

Le donne malqueridas – le “malvolute“, che titolo meraviglioso –  al centro del documentario sono donne confinate in prigione che soffrono di non poter più essere madri, dopo esserlo diventate biologicamente da poco tempo. Provengono da ambienti in cui il crimine rappresenta una grammatica famigliare, una lingua ‘madre’. Quando a questo habitat si oppone la propria identificazione alla funzione materna, una funzione disabilitata dalla sanzione penitenziaria, scaturisce un conflitto, un tormento che non può reperire soluzione – e, quindi, alleggerimento – per mezzo di un’elaborazione soltanto intellettuale, etica e infine giuridica. 

L’allontanamento dal figlio, il suo sradicamento, e di conseguenza lo sradicamento della madre, è problema di viscere prima che di trasmissione di un’eredità spirituale e morale: lo strappo è un taglio precoce, in largo anticipo sull’Edipo naturale, ed è un taglio che infigge la legge, non il padre, l’altro della coppia genitoriale il cui compito sarebbe quello di separare beneficamente il figlio dalla madre, di affiancarlo dalla fusionalità originariamente necessaria. Eppure questo taglio brutale e immaturo non pesa soltanto ai figli, riallocati come oggetti presso sostituti, madri e case a supplenza di madri e case perdute, ma soprattutto alle madri-carcerate frustrate di un’attesa (e di un bisogno) di dare cura, prima ancora che di riceverla

Un racconto insieme rapsodico e fluido del dolore di non poter essere madri dei propri figli, pur essendolo diventate

‘Malqueridas’, documentario di Tana Gilbert presentato all’interno della SiC.

Queste donne, incarcerate e allontanate dei figli, soffrono attivamente e passivamente a causa del materno inibito: Malqueridas lo mostra obliquamente, attraverso la successione di brevi video realizzati furtivamente in carcere delle stesse protagoniste e successivamente riordinati dalla regista che ha trasformato il deficit qualitativo da bassa risoluzione in un plus estetico, una sgranatura che si fa graffio grafico stilisticamente identificativo, mostra invero quanto la violazione del maternage apra un buco nella riflessione sociale e sia un problema invisibile, prima che inviso, al dibattito civile. Il Cile è un Paese in cui le famiglie si fondano sull’accudimento e sull’autorità della madre, un Paese in cui la funzione paterna è debilitata dall’assenza di padri in carne e ossa o dalla loro negligenza educativa. Ma, ciò nonostante, difficilmente la questione viene affrontata al di là delle conseguenze materiali dell’inadempienza produttiva della madre, della sua indisponibilità per cause di forza maggiore al lavoro della cura.

Valutazione e conclusione

Tana Gilbert dà invece visibilità alle malqueridas – dai propri figli, ma soprattutto dalla società – amputate del materno, donne che cercano compensazioni e consolazioni impossibili nella ricettività di altre donne prese a madri o compagne, spesso corpi cercati per ripristinare la simbiosi sperimentata da figlie e interrotta da madri, e lo fa conscia che gli strumenti analitici proprio del documentaristico saggistico di impronta sociologica sono insufficienti a raggiungere profondità e altezza del tema. Per sondare un dolore insondabile con il solo raziocinio ricorre al poetico, a una narratrice che presta voce a una sofferenza sfilacciata, frammentata, struggente nella sua rapsodicità. Alle parole narranti tengono dietro immagini sfocate, frutto del furto delle detenute-protagoniste e di una restituzione da parte dell’autrice, che da queste schegge ricava un racconto coerente, non soffocato dall’urgenza della denuncia, ma riacutizzato e reso vibrante dalla ferita messa in comune, trasmessa da carne viva a carne viva.

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Regia - 3.5
Sceneggiatura - 3
Fotografia - 3.5
Sonoro - 3
Emozione - 3.5

3.3