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Made in Italy è una lunga lettera d’amore all’Italia, il Bel Paese che stupra le proprie meraviglie, lo stesso che sa deludere e fare innamorare, quello dal quale scappare via ma che non potremmo non chiamare “casa”. Luciano Ligabue, alla sua terza regia dopo vent’anni, elabora un chiasmo di emozioni in cui l’onestà spicciola di chi risponde al proprio dovere si contrappone alla voglia di volere di più; due lati di una stessa moneta che si mettono vicendevolmente in mostra tra atavica ruggine e splendente meraviglia.

Per concedersi al pubblico il cantante elabora una storia partendo dallo strumento che gli è più consono: la musica. Made in Italy è un viaggio tra le parole del suo ultimo concept album, frasi che spesso sovrastano la sceneggiatura facendo risultare le immagini degli strascichi di pellicola. Un’operazione che ha il pregio di mettere in luce la vita dei protagonisti quasi senza troppi fronzoli; ciò che arriva allo spettatore è come filtrato dalle finestre di un social network, momenti di alta e bassa marea in cui la vita toglie e poi di nuovo concede felicità, anche solo per brevi e intensi attimi.

Nella sua pellicola Ligabue sembra non badare al punto d’inizio e a quello della fine, proprio come quando si ascolta un album. Lo spettatore può decidere se iniziare dalla prima traccia audio e arrivare da lì dritto fino all’ultima o cambiare la sua predisposizione, adeguandola al suo gusto personale. Nel narrare le vicende di Riko e Sara il regista fa esattamente questo: estrapolare la loro routine, la loro esistenza nel picco più alto di malinconia e mettercela sul piatto. Nei loro occhi, nei loro sogni e nelle paure non si leggono nient’altro che i tormenti della gente comune, quella che come Riko (Stefano Accorsi) ha lavorato una vita intera insaccando mortadelle e che adesso si ritrova a cinquant’anni senza lavoro, senza una ragione per andare avanti.

Made in Italy: una lettera d’amore all’Italia dei non privilegiati

made in italy Cinematographe

Attraverso lo sguardo di Stefano Accorsi, che in Made in Italy regala un’interpretazione senza sbavature, sincera e puntuale, Ligabue si insinua nel particolare di un Paese che mette sul lastrico non solo i giovani ma anche i padri di famiglia, che a cinquant’anni si ritrovano a dover ripartire da zero: troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per essere nuovamente assunti. La rock star tesse una ragnatela psicologica che va oltre la mancanza di denaro (come dice Sara nel film, “ce la facciamo benissimo, il mio salone va bene”) per sconfinare nella mancanza di utilità sociale. Nel delineare tale stato d’animo il regista si aggancia alla canzone Non ho che te in cui trasuda violentemente la comparazione tra l’essenza umana e il lavoro che si svolge, questa patina di piattezza che si appiccica alla vera natura dell’essere distruggendo le emozioni.

Kasia Smutniak è, in Made in Italy, l’incarnazione di tutte le donne di Luciano Ligabue

A fare da contraltare a un Riko perennemente in bilico tra l’euforia adolescenziale e il peso della maturità – i vestiti che indossa, le ballate in discoteca, i lunedì tra amici – Sara (Kasia Smutniak) che nell’incarnare il suo ruolo di compagna di vita tiene in piedi il senso stesso della famiglia e il coraggio di affrontare il mondo, una forza interiore che il Liga ha sempre conferito alle donne in molte delle sue canzoni e che nell’interpretazione di Kasia Smutniak emerge forse con un pizzico di inconsapevolezza, ma spigliata e forte come un fiume in piena. Una positività che travolge e trascina tutta la storia; se Riko è il protagonista assoluto Sara è la sua benzina, colei che gli dà la spinta per continuare a leggere il copione.

In Made in Italy c’è quindi il romanticismo del rapporto tra marito e moglie, c’è l’amore fisico che ritorna dopo la confessione di un tradimento, il rinnovo di una promessa d’amore nonostante tutto. Ma si apre anche uno spiraglio verso l’importanza della famiglia, quella fatta di un figlio solo e ormai adolescente, Pietro (Tobia De Angelis), legato ancora col cordone ombelicale al suo nido ma in procinto di staccarsene per intraprendere la propria strada. E poi ci sono gli amici che contano, ognuno con i loro pregi e difetti, con le proprie storie e opinioni, tra cui emerge Carnevale.

Made in Italy cinematographe

Nel personaggio interpretato da Fausto Maria Sciarappa Ligabue fa parlare l’arte attraverso le opere su tela e tramite i pensieri. Nel ritratto di questa anima il regista tira i fili per riportare sul grande schermo il problema della ludopatia e di un dolce “male di vivere”, così come usa la coppia composta da Gianluca Gobbi e Leonardo Santini per parlare di omosessualità.

Così Made in Italy parla di amore, amicizia, problemi che arrivano e poi no, non se ne vanno affatto, restano lì a guardare come reagiscono le loro vittime e in base al loro punto di vista cambiano e diventano magnifiche emozioni. Una storia in cui praticamente non accade nulla di trascendentale – non c’è una meta specifica che non sia semplicemente vivere giorno per giorno immersi nella propria routine – ma in cui l’unico vero cambiamento avviene da dentro ed è talmente impercettibile che forse neanche si nota.

Col suo terzo film Ligabue mette in scena l’uomo non privilegiato che non è facendo un plauso ai guerrieri senza armi della quotidianità, senza tralasciare l’importanza i luoghi e i cibi dello stivale. Il binomio bellezza e putrefazione è pedante e sconvolgente; la macchina da presa inquadra l’immondizia e un attimo dopo Piazza San Marco, si tuffa in campi di girasole e poi ci assorbe di eternità nella Roma che un tempo apparteneva agli imperatori. Le location di Made in Italy sono cartoline che non ci fanno andare oltre la gabbia della consuetudine e la fotografia così drasticamente inframezzata tra luci e ombre è il risultato finale di una volontà (forse) precisa di far risalire a galla, sulla superficie della celluloide, solo gli inserti spettacolari meglio noti come dettagli – la colonna sciupata dai secoli, gli archi scrostati, il fiume sporco – come se tutto altro non fosse che un veicolarci verso i dettagli incrostati di vita.

La regia di Ligabue si rivela intima, inframezzata spesso e volentieri da flash di buio per farci intendere che si sta cambiando scena e la rock star è di certo promossa in questa sua impresa con la settima arte, considerando che la telecamera non è la sua arma per eccellenza.

Il film, nel suo complesso, si lascia guardare e ascoltare, incagliandosi tra evitabili ovvietà, soliti cliché e frasi intrise di retorica. Made in Italy dopotutto ha un pregio: raccontare la normalità senza pietismi e critiche, lasciando sul fondo una smorfia simile a un sorriso.

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