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Cercando la parola “Ludo” su un qualsiasi motore di ricerca, il primo risultato che si otterrà rimanda all’omonimo e famosissimo gioco da tavolo. Si tratta di un passatempo commercializzato per la prima volta in Occidente più di cent’anni fa, ma le sue origini sono ancora più antiche: è infatti una versione moderna del Pachisi indiano, che nella regione asiatica esiste da così tanti secoli da essere considerato “gioco nazionale”. Queste informazioni si legano a filo ancora più doppio considerato che Ludo è il titolo di una tra le novità del catalogo Netflix di novembre 2020, e che si tratta di un film indiano, la cui trama parte esattamente da una partita a ludo.

Diretto da Anurag Basu (già regista nel 2012 di Barfi!, con Priyanka Chopra nel ruolo di co-protagonista) e prodotto da lui stesso con Bhushan Kumar, Divya Khosla Kumar, Krishan Kumar, Tani Basu e Deepshika Bose, il film ha un cast corale nel quale compaiono alcuni nomi noti di Bollywood, da Abhishek Bachchan a Fatima Sana Shaikh.

La folle struttura narrativa di Ludo

Ludo cinematographe.it

Il riferimento iniziale al gioco da tavolo non è casuale, così come non lo è il fatto che sia proprio il Ludo a dare il nome al film: l’intera trama non è altro che una partita a ludo, dove le pedine sono i protagonisti. Le loro storie iniziano separate, come ai quattro angoli della piattaforma di gioco, eppure finiscono per convergere man mano che il film procede, con il criminale interpretato da Pankaj Tripathi a compiere il ruolo che, nel ludo, hanno i dadi: far progredire la situazione.

Un video hard finito per sbaglio in rete che rischia di mettere a repentaglio un futuro matrimonio, una valigia piena di soldi, un ex galeotto la cui moglie e figlia si sono rifatte una vita senza di lui. Le storie che compongono la trama del film, nate dalla penna dello sceneggiatore Samrat Chakraborty (che ha scritto il copione insieme con il regista), non sembrano avere nulla a che fare tra loro. Eppure, nel corso dei 150 minuti di durata del film – che, per quanto siano molti, scorrono sorprendentemente veloci -, finiscono per mischiarsi, sovrapporsi, diventare parte l’una dell’altra.

Tra innovazioni e limiti

A metà tra l’antologico e il non, la trama di Ludo è un intreccio a dir poco innovativo. Pur trattandosi di un film indiano, la struttura lo fa somigliare quasi a una commedia corale statunitense, con l’aggiunta cervellotica di uno svelamento progressivo, che simula una partita a un gioco da tavolo. Lo stesso paragonare la vita a una giocata a dadi inserisce poi alcune tematiche per nulla banali: quella dell’importanza delle seconde occasioni, dell’imprevedibilità della vita e della necessità di accettare ciò che viene, cercando comunque di trarne il meglio.

Ludo cinematographe.it

La sceneggiatura fa un ottimo lavoro nel dipanarsi e nel passare da una storia all’altra, con il simpatico escamotage del presentare i personaggi con i colori delle pedine del ludo per dare loro una collocazione nell’intreccio, sebbene a volte, vista l’ingente mole di informazioni che lo spettatore deve processare, soprattutto nelle fasi iniziali, rischi di perdersi via. I personaggi sono ben interpretati: gli attori sono tutti molto credibili nei ruoli, ma l’arma a doppio taglio che è un copione così ricco fa in modo che non tutti vengano esplorati nel modo giusto, lasciando un po’ di non detto e di curiosità.

L’impronta di Bollywood c’è e si vede, e contribuisce al folle mix che è l’impatto complessivo di trama e contenitore: la fotografia a volte eccessivamente satura, la musica tipicamente indiana – talvolta forse fin troppo kitsch per i gusti europei – e l’inglese del doppiaggio (non è presente la lingua italiana: solo hindi, inglese e spagnolo) con un accento così spiccatamente orientale restituiscono allo spettatore un senso di estraniazione, come se stessero guardando un format che già conoscono come quello della commedia dark, ma con un twist in più. Da intendersi, di certo, non come un male. Tutt’altro. Ludo è un film assolutamente piacevole e divertente, sì con qualche pecca, ma che somiglia a ben poco di già visto in Occidente. Il che, sicuramente, gioca a suo favore.