Love: recensione del film erotico di Gaspar Noé

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Ci sono film che si guardano con un occhio solo, di facile lettura, scorrevoli e limpidi, questo invece è il caso di un film che si guarda sì, ma con una mano sola, e una delle due sta li ad impedire alla bocca che si spalanchi, dallo stupore. Tale stupore non è figlio dell’erotismo perpetuo, mai ripetitivo o stancante, di cui la pellicola è splendidamente succube.  Esso porta in alto una bandiera quasi anticlericale, da un lato di un amore infecondo e corrosivo, dall’altro del sesso arbitrario e malauguratamente fertile.

Ma facciamo un passo indietro. Love (2015) di Gaspar Noé, presentato fuori concorso al Festival di Cannes, coniuga la storia di un aspirante regista, Murphy (Karl Glusman), di una pittrice in paralisi ascesa, Electra(Aomi Muyock), e di un antidogmatismo che indaga sul quel briciolo di intimità che non si è ancora perso tra le lenzuola sgualcite. Gaspar Noé ci offre un piatto che non ha solo il sapore del coito, ma ha la potenza di sottendere un amore viscerale, che consuma anima e corpo, che brucia le tappe e rivolta ogni pensiero.Cos’ha Love di diverso da altri film pseudo erotici o pornovisivi? Esso porta la cinepresa dentro al corpo, in cui esiste un’emotività fisica, in cui l’amore è condividere e non rendere esclusivo il piacere, è lasciare andare il partner e nn trattenerlo. È inserirsi in uno spazio informe e mai tracciato in cui poter districare gambe e testa dai fardelli etici e personali, soprattutto quest’ultimo, per potersi violare, esplicitarsi ad una libido a tutto tondo, con i suoi slanci e le sue lunghezze. Un amore che è un’ equazione con un’incognita in continua espansione, un’aggiunta e una sottrazione, un affondare e un riemergere che altera il rapporto, sempre adultero, sempre liquido, incontenibile.

L’unico matrimonio possibile avviene tra i loro corpi. Desideri vacillanti, occhi di caldo velluto e ghiaccio siberiano. Entrare in contatto visivo con la pellicola è esso stesso un atto, onirico e laido, è sentire le mani addosso, la stretta sui fianchi, le dita che tirano i capelli, il respiro affannoso sul collo, poi una seconda mano che sopraggiunge, poi una terza, poi sentirsi riempiti e svuotati e quella pienezza che si alterna subirla per quasi 90 minuti, in 3D, il sesso minuto per minuto.  Ci si scandalizza assistendo alla carnalità feroce di cui il regista argentino assieme alle musiche eccelse di Lawrence Schulz e John Carpenter ne ricreano le atmosfere da boudoir, oppure colpisce la libertà sfrenata che porta entrambi a non mortificare mai le scelte di stomaco, ma a comprenderle? Le suddette azioni anche all’interno di una coppia hanno il loro senso reale e non sono frutto di una surreale degenerazione sessuale. Una sola goccia di sperma she sgorga da questo membro, mi è più preziosa delle azioni più sublimi d’una virtù che disprezzo, sentenziava De Sade.

Il sesso è un organo, è vento che brucia ad ogni temperatura, un’ustione inevitabile, è una mano che si dilegua tra le gambe perché sa che hai bisogno di lui. Assistiamo a Murphy, a come si sgretola il suo scettro di Venere e il suo incenso, alla lenta e pulsante agonia fisica che ci raggiunge goccia a goccia, assieme in alcuni casi ad un’implacabile polluzione diurna e cosciente, e nei casi delle anime meno torbide giunge solo lo sdegno di tanto libertinaggio. Osserviamo Electra, le sue stimolazioni continuative che incantano anche l’occhio più polifemo o disattento, la sua profanità è tutta inglobata nella ricerca di una piccola parte di mondo in cui far vincere l’edonismo assoluto, una trasgressione senza chimere.

I loro corpi sono due altari dove celebrare e leggere ripetutamente le pagine estasianti e violente della bibbia del sesso. Gaspar Noé non metaforizza ma evoca e affresca come Klimt, una visione dentro e fuori la vulva, tesa a convertire il pudore, la virtù al delitto libidinoso. Il loro mondo ha un ingresso asfittico dove per due non c’è aria, figurarsi per un mucchio, un triangolo, una foursomes e chi più ne ha lo condivida liberamente. Si sono addossati le loro inquietudini, i cocci delle esperienze passate, rielaborando e alternando passione, tradimenti, ossessioni, intimità e odio. Pornotragico è limitativo, quindi non lo definiremo in nessun modo. Sono gli occhi i giudici, assieme allo stomaco, entrambi vedono e sanno molto più di quello di cui ci informano, come un’eiaculazione non è solo un amplesso o la sodomia non è un mero atto penetrativo. La pellicola è una dominatrice, un vissuto che ci assale, lo spettatore è un partner passivo della sua performance, segue con snervante immobilità la sua lingua che lo stuzzica e lo flagella, il pubblico ne fa da schiavo.

Love è strutturato nei modi e nei tempi come un intero amplesso. Il sesso si ripercuote durante la pellicola con una cronologia visiva scandita dalla fase masturbativa, penetrativa ed eiaculativa (e procreativa).

Love

La Francia di Betty Blue urla dalle sue vette più inaccessibili trovando alle sue altezze un prosecutore del Salò di Pasolini, presente nel film in piccole dosi.

Esso veicola un messaggio intuitivo: la lussuria oltre l’empatica fantasia. Ma ha altre logiche di indipendenza: quelle esistenti sono atterrate e tenute salde dai due chiodi che tengono fermo questo quadro performativo-penetrativo. La legge di Murphy e la non legge di Electra, quel suo complesso non pervenuto è lanciato lì come un saluto di cortesia. La figura paterna è assente come anche la sua vita oltre Murphy. Non si sa quasi nulla di lei, né da dove venga né del perché le piaccia l’arte, sembra che preferire fare l’artista è come preferire il dubbio ad una qualsiasi certezza. Certo è che Murphy e Electra funzionano, discendono nei loro empirismi, hanno la compatibilità di ferro e calamita, si sanno attrarre, scambiare le anime nere, collaborano nelle loro arti provocatorie, sugellando le idee senza sapersi trattenere a lungo. Trattasi di una coppia che non si tiene per mano, non è da saluti fugaci, non li vedrete mai vivere il quotidiano, non saranno mai convenzionali, si distruggono e portano avanti questa dissoluzione con la consapevolezza di doversi proteggere dalle loro macerie.

Un amore simile a quello che c’era tra Frida e Diego Rivera, in cui il sesso è il monito, il filtro, la valvola, l’inchiostro che depenna ogni consuetudine. Cosa si può dire contro? Davvero l’amore che ci auguriamo di vivere è fatto di anelli, pranzi, strette di mano, tosse di imbarazzo, noia che cola dalle finestre e routine impersonali? È forse la natura a istigare un ostruzionismo? La verità è che questo amore in Love talmente increscioso, persecutivo e malandato che loro ne entrano e ne escono immancabilmente più poveri, svuotati di qualsiasi senso, smettono di avere sogni, aspirazioni, intraprendono un modo di involuzione che solo un amore assurdo può portarti a considerare. Non si potrebbe descrivere l’intensità, il desiderio se non gustandovi le loro avversità, i loro castighi, quei malesseri che cercano di inabissare con il sesso, la cocaina, quel poco di arte e l’interesse fenomenico. Non si lasciano andare con facilità anche quando è essenziale e necessario, anzi si perseguitano, non accettano che uno esca dalla vita dell’altro in punta di piedi.

Love ha molte fessure, molti cassetti aperti, e lo spettatore sta li a voler sempre di più come preso da un’isteria d’atto incompiuto, vorresti una mano che ti indicasse cosa è giusto guardare e su cosa è inutile soffermarsi ma si può dire con certezza che qui tutto serve, tutto ti fa assaporare quel rituale lussurioso e psichico che è il sesso sentimentale. Prima del loro incontro non erano nulla che ci è permesso scoprire o sapere, forse erano felici, forse erano opachi , in attesa, ma tutto ciò che erano non lo saranno mai più, non esiste stato di quiete al quale poter tornare, sono cessati di essere per diventare folli, smarriti, paranoici, allegramente tristi, con esuberanza e catastrofismo.

La passione è più forte del tempo, non si viene catapultati nel passato ma in un gesto eterno che li lega e non ci sono temporalità o distanze che possono sopire quel sentimento bruciante che attanaglia Murphy più che mai. Electra è in Love l’insenatura che accoglie mare e terra, lei è la presenza filmica più soggetta a cambiamenti istintivi, ma non li teme, non ha paura di osare, non ha limiti morali che la leghino a terra. Conosce il suo unico limite, che è lui, Murphy, perderlo è la sua zavorra. Il tradimento delle loro anime avviene quando c’è disprezzo, una rottura, un appassimento, una menzogna. La coppia di Love è una di quelle che non si lascia essere ma che presagisce la propria singolarità e definisce i termini assoluti della sua sessualità volta a non avere limitazioni o ostacoli, ma solo lunghi e affannosi respiri tribolanti.

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