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Avere 10 anni, appartenere a una famiglia di donne “maledette” e sperare con tutto il cuore che i propri genitori divorzino: Camila è una bambina anomala rispetto alle sue coetanee, e trascorre l’estate a pregare con la nonna e le zie invece che a giocare. La colombiana Diana Montenegro García punta su una storia matriarcale per il suo esordio alla regia con Longing Souls (El alma quiere volar), presentato per la prima volta in Italia allo ShorTS International Film Festival, la sera del 5 luglio 2021.

Longing Souls: una storia femminile dal sapore mistico

Longing Souls cinematographe.it

Già dai primi minuti a casa della nonna, dal rapporto che lega Camila alle sue zie, dalle carezze e da tutta quella serie di riti tra il sacro e il profano, compiuti quasi esclusivamente tra donne, sulla pellicola di Montenegro García aleggia un’atmosfera che ricorda molto La casa degli spiriti di Isabel Allende: un riferimento da cui la regista raccoglie a piene mani gli elementi che caratterizzano questo suo primo film.

A partire, come già detto, dalla scelta in Longing Souls di rappresentare una storia che sia solo femminile. L’estate di Camila trascorre a casa della nonna materna, sotto il cui tetto vivono anche le sue zie: la più giovane, desiderosa di sposarsi con il suo fidanzato, e la più vecchia, con problemi mentali e fermamente convinta che le donne della sua famiglia siano state colpite da una maledizione.

Anche Camila inizia a credere in ciò: come spiegare, altrimenti, l’infelice situazione di sua madre, che subisce in silenzio la violenza verbale e fisica di suo padre? Mentre i genitori sono via, Camila passa le sue giornate a pregare, a interpellare il destino, a rivolgere accorate richieste a santi e santini, con la speranza che i genitori divorzino e sua madre sia finalmente libera dalle violenze paterne.

Tutti questi riti vengono compiuti insieme alla nonna e alle zie, in una mistica condivisione di tradizioni antiche tramandate di donna in donna. Riguardo la tragedia che avviene quasi ogni giorno tra le mura della casa di Camila, invece, nessun accenno da parte degli adulti della sua famiglia, probabilmente consapevoli ma quasi rassegnati a far finta di nulla.

Longing Souls: l’attenzione per i dettagli e l’amore che trionfa

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In Longing Souls, lo sguardo di Diana Montenegro García si sofferma spesso su dettagli mostrati nella loro crudezza, senza alcun filtro: i corpi femminili, che siano giovani o vecchi, vengono mostrati nella loro imperfetta nudità, e il dolore della piccola Camila non viene edulcorato da inquadrature parziali, così come i momenti in cui la violenza paterna si riversa sulla madre. In mezzo a tutto ciò, troviamo rosari, immagini sacre, crocifissi, movimenti collettivi quasi tribali e toccanti momenti di convivialità, in una successione di scene svolte quasi esclusivamente nella penombra dell’interno domestico.

Usando quasi sempre la macchina da presa fissa, la regista sembra voler raccontare la vicenda umana della famiglia di Camila con un certo distacco, come a non voler giudicare i propri personaggi. Ma da questa sua posizione, dal suo sguardo lucido e simil-documentaristico, emerge invece con più forza il profondo affetto che lega le donne di questa storia, stoiche e a loro modo battagliere, unite da gesti semplici come possono essere il pettinarsi a vicenda i capelli, l’accarezzare un volto rigato dalle lacrime, l’abbracciarsi silenziosamente nella calura del primo pomeriggio. E a vincere, alla fine, è proprio il loro amore per sé stesse.