L'ipnotista

Con L’ipnotista, Lasse Hallström, regista svedese noto per film di successo quali Chocolat e Le regole della casa del sidro, tenta, senza riuscirci a pieno, il genere thriller. La pellicola del 2012, infatti, pur partendo da un soggetto originale, sfocia in un film dal ritmo narrativo fin troppo lento, nonostante una pur presente componente adrenalinica, e da un significato incapace di evitare il luogo comune.

L’ipnotista:  una trama originale ma penalizzata da vuoti narrativi e un finale scontato

L’ispettore Joona Linna (Tobias Zilliacus) della Polizia criminale di Stoccolma è impegnato in un caso molto difficile: un’intera famiglia è stata sterminata fatta eccezione per il figlio adottivo Josef, finito in coma per le gravi ferite riportate. Nonostante l’intervento di Erik Bark (Mikael Persbrandt), un medico capace di esercitare l’ipnosi per captare i ricordi del paziente, l’indagine procede tra un sospettato e l’altro fino a che a dare una svolta alla vicenda è il rapimento del piccolo Benjamin, figlio di Erik e di sua moglie Simona.

Dopo una serie di probabili sospettati si scopre che a realizzare la strage è stato lo stesso Josef, plagiato dalla sua vera madre, responsabile inoltre del rapimento di Benjamin. Nel finale, unico momento del film in cui il tasso adrenalico raggiunge livelli accettabili per un thriller, la famiglia Bark potrà riabbracciare il loro bambino, mentre la vicenda di Josef si conclude senza ulteriori spiegazioni riguardo il suo futuro.

L’ipnotista ovvero quando “il troppo storpia”

Il film, il cui tratto più caratterizzante è l’ambientazione tipicamente nordica, fatta eccezione per l’originalità del soggetto, tratto dal best-seller omonimo dagli scrittori svedesi Lars Kepler, presenta pesanti lacune su diversi versanti della creazione cinematografica. In primis una trama caotica che tirando in ballo diverse vicende (la situazione psichica di Josef, quella della madre naturale, la crisi matrimoniale tra Erik e Simona, la solitudine dell’ispettore Joona, il rapimento e la malattia di Benjamin) rende impossibile allo spettatore concentrarsi su alcuna di queste linee narrative, finendo per perdersi all’interno dell’intricato labirinto che il film tenta con gravi difficoltà di portare avanti.

Un finale incapace di evitare il luogo comune e di restituire un significato compiuto al film

A risentire di questa eccessiva presenza di tematiche e storie parallele è soprattutto il finale del film, la cui colpa maggiore è quella di restituire un ritratto scontato della famiglia tradizionale dove a vincere sono i luoghi comuni. Difatti ciò che risulta più difficile da digerire è il grande vuoto narrativo con cui si conclude la vicenda di Josef, carnefice ma in realtà soprattutto vittima di una condizione famigliare particolarmente difficile. Mentre infatti la vicenda del più fortunato Benjamin si conclude al caldo e tra le braccia dei suoi due genitori, Josef viene tagliato completamente fuori dallo sviluppo narrativo.

Se forse il significato della pellicola è quello di mostrare come la famiglia sia il luogo dell’amore, ma anche del pericolo e dell’odio, il finale con cui essa si conclude fa perdere ogni consistenza a questo messaggio. La mancanza, infatti, di vie di salvezza e redenzione per l’adolescente Josef sembra implicare l’idea di una società in cui non è ammessa una seconda possibilità.

L’ipnotista: un film vittima della sua stessa presunzione narrativa

In definitiva L’ipnotista è un film che non riesce ad essere all’altezza delle notevoli pretese da cui sembra essere nato. Non solo la narrazione procede a rilento, ma ad ostacolare la visione appassionata di questa pellicola è soprattutto la difficoltà di cogliere un filo conduttore che guidi lo spettatore fino alla fine. Così mentre troppo spazio è dedicato allo sviluppo delle molteplici linee narrative, fin troppo poco è destinato alla delineazione di un epilogo che sia in grado di dare un senso compiuto al film, che finisce per diventare vittima della sua stessa presunzione narrativa.

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