L’infanzia di un capo: recensione del film di Brady Corbet

L'infanzia di un capo sintetizza e sublima il concetto di male, visto dall'inedito punto di vista di un maligno e implacabile bambino.

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Presentato nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2015, L’infanzia di un capo (titolo originale The Childhood of a Leader) è l’opera prima dell’attore Brady Corbet (Funny Games, 2007, Melancholia, 2011) liberamente ispirato al racconto omonimo di Sartre del 1939 e al romanzo Il Mago di John Fowles del 1965. Concepito e scritto da Corbet ancora adolescente, il film ha visto la luce anche grazie alla collaborazione di Robert Pattinson (che interpreta l’amico di famiglia Charles Maker) e alla presenza nel cast di attori quali Bérénice Bejo e Liam Cunningham (i genitori del piccolo futuro leader).

L’infanzia di un capo: il male attraverso gli occhi di un bambino

L'infanzia di un capo
Prescott e Ada

Francia, fine della prima guerra mondiale. Il piccolo Prescott (un perfetto Tom Sweet) vive insieme ai genitori: il padre, consigliere del presidente americano Wilson, lavora alle trattative di quello che sarà il trattato di Versailles mentre la madre, una donna religiosa e castrante, riveste il ruolo assegnatole delegando spesso i propri doveri alla servitù. Il bambino dall’aspetto angelico (capelli lunghi biondi, occhi azzurri, tenerezza tipica dell’età) instaurerà un rapporto di affetto sia con la governante Mona, sia con Ada, la giovane insegnante di francese (interpretata da Stacy Martin già apprezzata in Nymphomaniac, 2013). Ma la sua infanzia sarà presto segnata da tre scatti d’ira (che dividono il film in capitoli), preannuncio di un futuro degno di un grande despota (la quarta parte s’intitola propriamente Una nuova era, ovvero Prescott il bastardo).

Corbet debutta con una pellicola potente, suggestiva, dalla sceneggiatura lineare e dall’impatto visivo ed emozionale impagabile. La spontaneità sana di un ventisettenne che si affaccia alla regia si nota ed è uno degli elementi migliori del film; una spontaneità unita all’influenza di registi come Michael Haneke e Lars von Trier con cui ha lavorato come attore e a scelte tecniche che da sole valgono il prezzo del biglietto. Girato in 35mm (la fotografia di Lol Crawley è empatica) e accompagnato dalle musiche di Scott Walker, il film è visivamente coinvolgente e appagante.

L’infanzia di un capo: presagio della tirannia del XX° secolo?

L'infanzia di un capo
La madre

Corbet colloca le vicende in un periodo storico delicato per delineare la figura di un futuro despota (il collegamento con gli avvenimenti reali sembrerebbe scontato) ma non pone la Storia come protagonista, bensì ne offre un’allegoria, per delineare qualcosa di più significativo e che prescinde da ogni periodo storico perché proprio di ogni fase dell’evoluzione umana: la natura del male.

Il piccolo Prescott capisce ben presto la propria inclinazione e le proprie capacità e sarà in grado di scardinare pezzo per pezzo la piccola società in cui si trova a vivere, la sua famiglia. Ogni personaggio che lo circonda è condannato a cadere come una pedina del domino sotto l’influenza maligna di un fanciullo tanto bello quanto implacabile.

Questo è senz’altro il punto più efficace, più ironico e più forte della pellicola di Corbet, che sfugge alle classiche dinamiche cinematografiche e offre uno spettacolo emozionante e innovativo, privo di arroganza ma conscio del proprio lavoro e delle proprie idee. Il cast sorregge alla perfezione quest’opera grazie a un Tom Sweet che inquieta, a una Bérénice Bejo (The Artist, 2011) che si riconferma attrice di livello e a un Robert Pattinson che gioca un ruolo fondamentale. Le atmosfere possono ricordare un po il bellissimo Il Petroliere, 2007 di Paul Thomas Anderson ma, senza dubbio, dopo L’infanzia di un capo ci ricorderemo di Brady Corbet.

L’infanzia di un capo è in uscita nella sale dal 29 Giugno, distribuito da Fil Rouge Media.

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