Leviathan: recensione

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Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terrra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe. (Giobbe 40:25-32, 41:1-26)

In questa citazione biblica si descrive un terribile mostro marino – il Leviatano – nato dal volere di Dio e simbolo della sua onnipotente volontà. La stessa temibile creatura viene chiamata in causa dal filosofo inglese Thomas Hobbes che, nell’omonimo trattato, paragona la forza devastante del mostro al potere dello Stato: un’istituzione diabolica creata dall’uomo per evitare il caos e barattare amaramente la propria libertà con un’illusoria sicurezza.

Queste le premesse concettuali di Leviathan, l’ultimo lavoro di Andrey Zvyagintsev in arrivo nelle sale italiane dopo aver fatto incetta di riconoscimenti internazionali: nomination all’Oscar come miglior film straniero, vincitore del Golden Globe nella stessa categoria e premio per la miglior sceneggiatura alla scorsa edizione del Festival di Cannes. Un film dotato di una forza impetuosa attraverso la quale il regista russo fotografa, in un gioco di scatole cinesi, la condizione di un uomo, di un Paese e del passaggio terreno di ogni individuo impegnato nel conflitto universale con l’autorità, sia essa immanente o trascendente. In particolare, ad emergere prepotenti sono i temi della colpa e della verità, due questioni destinate a tormentare l’animo umano spesso costringendolo a cercare sollievo nell’amicizia o nella fede, ulteriore sovrastruttura nemica dell’indipendenza.

Kolia (Alexey Serebryakov) vive a Teriberka, un villaggio sulla costa del Mare di Berents, nel nord della Russia, dove possiede un’officina meccanica e vive con la giovane moglie Lilya (Elena Lyadova) e il figlio Roman (Sergey Pokhodaev), avuto da un precedente matrimonio. L’apparente equilibrio della famiglia viene ad un tratto turbato dal sindaco del paese, Vadim Shelevyat (Roman Madyanov), determinato ad espropriare la casa ed i terreni di Kolia in nome del suo potere politico e forte dell’appoggio della Chiesa, sorgente di motivazione e luogo di estinzione di ogni colpa. Ad appoggiare l’onesto lavoratore solo l’amico-avvocato Dimitri (Vladimir Vdovitchenkov), al quale Kolia, orfano della protezione dello Stato,  affiderà la propria sorte.

Leviathan Kolia Dimitri
Una scena del film

Leviathan utilizza un linguaggio schietto e crudo per esplicitare, senza indorare in alcun modo la pillola, l’ineluttabilità del destino, cieco nell’affondare la propria lama anche nella vita dei giusti. Su questa terra la verità è data dai fatti, l’unica certezza che possediamo e di cui abbiamo disperatamente bisogno, pena il caos e l’impossibilità di stabilire un criterio di legalità. La verità, invece, per quanto agognata, non può essere rivelata dall’uomo ma- eventualmente – solo da un essere superiore in grado di ristabilire la giustizia nella sua accezione più pura. Spinti dalla paura e  dall’incertezza, quindi, il Leviatano è sempre in agguato, pronto a far sottoscrivere un pericoloso ed inevitabile patto col diavolo, con promessa di protezione e salvezza.

Il potere di questa pellicola risiede nella vorticosa simbologia attraverso la quale osserviamo la parabola di un uomo alle prese con un potere troppo più grande di lui e privo di mezzi per fronteggiarlo. Tale pessimismo cosmico aleggia su ogni ripresa, in cui assoluta protagonista è una fotografia cupa e didascalica, capace di rispecchiare nell’ambiente quella solitudine e  decadenza morale che è parte integrante del mondo ma cela dietro il suo lugubre aspetto un’irresistibile bellezza, fatta di vastità ed infinito. Il fascino torbido della vita.

Leviathan arriverà nei cinema italiani il 7 maggio, distribuito da Academy 2; nel cast anche Anna Ukolova e Alexey Rozin.

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