Secondo film per la regista Léa Fehner; Les Ogres – già vincitore della cinquantaduesima edizione della Mostra di Pesaro – è un film caratterizzato da una particolare e valevole promiscuità, sospesa fra mera opera autobiografica e moderata drammaticità.

La vivace compagnia del Davai Théatre mette in scena Checov. Non conoscono sedentarietà, viaggiano di città in città; come bagaglio hanno una vistosa tenda. Una turbolenta “tribù” di artisti nella quale il lavoro e i legami familiari si mescolano con la finzione. Portano nella nostra vita il sogno e il disordine. Sono orchi, giganti, hanno mangiato il teatro e chilometri. Ma l’imminente arrivo di un bambino e il ritorno di un ex amante farà rivivere le ferite che si pensavano dimenticate.

Léa Fehner “mette in scena” – mai termine più appropriato – un film sorprendente, una vera e propria “farsa” che ha come sfondo un “palpabile” complesso di drammaticità.

Les Ogres, se vogliamo, presenta un velato autobiografismo, capace di coesistere con una trama mediamente minimalista. La stessa regista infatti, ha maturato questa esperienza sul piano prettamente esistenziale, attraversando la Francia in lungo e in largo al seguito della compagnia fondata dal padre. In scena, a interpretare i due fondatori del Davaï e la loro figlia – che recita nella compagnia ma al contempo stesso tiene la contabilità – ci sono il padre e la madre della stessa Léa Fehner oltre alla sorella Inès.

Les Ogres: una malinconica messa in scena che sa di personale

Una raccolta malinconica di ricordi, di quell’infanzia perduta, un profondo tratto nostalgico percepibile dall’inizio alla fine.
Stipando con forza una serie di rapporti interpersonali, Les Ogres rimane fedele al suo reale obbiettivo, ovvero rispettare la sacralità scenica rimanendo fedele al testo e alle regole che da sempre la supportano. Tutto ciò è dovuto alla valevole coralità d’intenti che persiste fra gli interpreti, capaci di livellare adeguatamente la storia.

Emozionalmente Les Ogres è un film incisivo; Léa Fehner riesce a coinvolgere lo spettatore attraverso una sorprendente eterogeneità di generi, capace di passare da un contesto profondamente drammatico a uno morigeratamente visionario, quasi isterico.

Les Ogres presenta quel tratto kitsch che non guasta mai, che aiuta a far tollerare a chi lo guarda, una storia fuori dal comune, che oltrepassa la linearità metrica di un comune film drammatico. Con questa sorta di rimprovero – per non dire divieto – alla sedentarietà, Léa Fehner incoraggia all’insano nomadismo, mostrandolo come unica forma espansiva di libertà, che svicola impunemente dalla vita di ogni singolo.

Sregolatezza ponderata – ossimoro magistrale – è il connotato di Les Ogres; una “trasposizione” dell’ordine che coadiuva col totale disordine, un “tratto sintomatico” di pura incoerenza esistenziale, che fascina chi lo guarda. Non un sodalizio visionario, ma una voglia di mostrare come si può coesistere con la distopia esistenziale, come si può andare avanti abbattendo ogni forma di preconcetto. Un lavoro che sotto certi aspetti promuove alla “positività a prescindere”,  che va oltre al pessimismo.

La regista transalpina, attuando un lavoro – come accennato in precedenza – praticamente autobiografico, esegue un medio ma pregevole lavoro di sociologia; una psicanalisi semi-collettiva che ha tanto di personale. Andare avanti con totale accettazione di noi stessi; il concitato messaggio di  Léa Fehner con Les Ogres

Les Ogres è un film scritto e diretto dalla regista Léa Fehner. Nel cast Adele Haenel, François Fehner, Inès Fehner, Lola Dueñas, Marc Barbé, Marion Bouvarel, Patrick D’Assumçao.

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