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Per Ulysse (Sandor Funtek) è un momento cruciale nella sua giovane vita. Tra poco uscirà per buona condotta dal carcere, riabbracciando così la madre (Sandrine Bonnaire), affetta da grave depressione e di cui dice di volersi prendere cura.
Ulysse per aiutare la madre e uscire dalla povertà che lo attanaglia, mira a fare un bel po’ di soldi assieme all’amico David (Alexis Manenti), spacciando ketamina ad un rave party a Poitiers, usando un camion per panini come copertura. O almeno questo è il piano, perché nella realtà le cose, quando si decide di mettersi in questo tipo di affari, non vanno mai come ci si aspetta e ciò che sembrava facile e comodo si complicherà inequivocabilmente.
Questo e molto altro sono alla base di L’Enkas di Sarah Marx, facente parte della rassegna Orizzonti di questa 75ª Mostra del Cinema di Venezia.

L’Enkas: un racconto scomodo ma realistico

L'Enkas Cinematographe.it

Spurio, torbido, naturalistico e del tutto scevro di ogni retorica, abbellimento o infiorettatura, L’Enkas è un racconto di formazione moderno, scomodo ma incredibilmente realistico, genuino ed efficace, che gioca le sue carte su due piani completamente diversi.
Da una parte il racconto della maturazione e della presa di coscienza di un ragazzo senza bussola, senza morale e che si culla inizialmente in impossibili sogni di ricchezza facile e senza fatica, per evitare le responsabilità dell’età adulta.
Dall’altra il racconto di due furbetti da strapazzo, due giovani disperati, sconfitti dalla vita “normale”, decisi a dare una svolta alle loro esistenze, ingenui, deboli, inaffidabili e senza alcuna strategia o tattica.
Questi due diversi universi si incontrano, creando una forza enorme, che trascina lo spettatore in un mondo ad un tempo familiare e sconosciuto, quello dei dimenticati, degli ultimi, di quelli la cui prospettiva di vita è al massimo cercare di tirare a campare senza speranze.

L’Enkas: un film efficace e impeccabile sotto ogni punto di vista, con personaggi mai banali

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Il film non nasconde la spietata realtà con cui i due protagonisti sono costretti a fare i conti, le difficoltà, la mancanza di affetto, comprensione ed amore nella loro vita. E la povertà.
Sarah Marx fa in modo che L’Enkas sia un vero e proprio monito a quanto liquidano la criminalità a mero atto di crudeltà e dimenticano la disperazione, il bisogno e tutto ciò che può spingere chiunque nella direzione sbagliata.
I soldi sono ciò che più sognano i due scalcinati pusher per caso, qualcosa che sembra poter cambiare le loro vite, per sempre, quasi un intervento religioso, un miracolo oscuro dopo il quale (si, certo!) penseranno a rigare dritto.
Ma prima, i soldi vanno inseguiti, cercati, idolatrati, raccolti dal fango o dal letame, i soldi sono tutto, sono la benzina dell’universo che L’Enkas ci mostra, abitato da chi i soldi, in realtà, non li ha mai visti molto in vita sua.

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Efficace nella regia, nelle fotografia assolutamente perfetta nel creare un universo inospitale, barbaro e desolato, L’EnKas ha un finale intelligente e uno sviluppo di grande coerenza, grazie ad un cast mai fuori parte o disallineato, e mantiene la promessa  di uno sguardo intimo, ravvicinato, all’umanità sperduta ed indifesa della società odierna che spesso il cinema ignora, oppure di volta in volta santifica e condanna senza voler descriverla per ciò che è in realtà.

Un film di grande intelligenza e tatto, che si allontana dai cliché anche nel descrivere un rapporto madre-figlio tutt’altro che roseo o scontato e nel non dare punti di riferimento certi agli spettatori nello sviluppare personaggi mai banali o innaturali.

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