voto del pubblico N/A
voto finale 2.8/5
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Recitazione
Sonoro
Emozione
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“I film sono uno strano tipo di specchio”, scrive il regista Jan P. Matuszyński come prefazione introduttiva per Leave no Traces, l’ultimo film in concorso nella 78ma edizione della Mostra. “Possono penetrare nelle pieghe più profonde dell’anima di una persona. Risiede in questo la bellezza del cinema, è la libertà di cui abbiamo bisogno”.

L’abolizione della legge marziale garantiva a Grzegorz Przemyk la libertà di rifiutarsi di esibire la propria carta d’identità, quando il 12 maggio 1983 venne fermato in piazza dalle forze dell’ordine. Leave no traces è stata per il regista l’occasione di passare in rassegna le prospettive del regime comunista nella Polonia degli anni ’80, contando su un substrato letterario di rilevante importanza come quello di Leave no Traces. The case of Grzegorz Przemyk, il libro che Matuszyński ha assunto come ispirazione mosso dal desiderio di tracciare le coordinate morali di una storia che è venuta alla luce solo grazie alla presenza di un testimone oculare.
Con Tomasz Ziętek, Sandra Korzeniak, Jacek Braciak, Robert Więckiewicz, Sebastian Pawlak, Agnieszka Grochowska, Mateusz Górski, Leave no Traces è il riscatto della memoria e della voce, di un ricordo che come monito ha quello di impedire che la storia si ripeta.

L’ultimo film diJan P. Matuszyński

Polonia, 1983. In preda all’euforia per aver passato un esame i due studenti Grzegorz e Jurek finiscono per terra simulando una lotta amichevole. Una scena innocua che attira l’attenzione delle forze dell’ordine limitrofe che li portano in commissariato per aver opposto resistenza. L’abuso di potere porta i poliziotti a picchiare brutalmente sulla pancia, per non lasciare tracce, Przemyk, che rimane ucciso. L’amico Jurek (Tomasz Ziętek), unico testimone oculare, mosso da viscerale vendetta intenta una causa contro i carnefici, alimentando un processo che lo costringerà a nascondersi per non essere catturato e ad agire contro uno Stato corrotto che tenterà in ogni modo di insabbiare la vicenda. Voce e memoria sono l’unica arma di difesa concessa a Jurek, che proverà a sensibilizzare la coscienza collettiva per onorare il massacro dell’amico.

Tra autorialità e universalità, Leave no Traces “lascia il segno”

Jan P. Matuszynski è un regista emotivo. Attraverso la camera a mano, immersiva e indagatrice, viene tracciata con rispetto l’intimità del protagonista, coinvolto in un duplice processo di vendetta e di giustizia contro una burocrazia corrotta che tace per difendere i suoi simili. Il regista si concede un’unica licenza estetica, quella di una fotografia desaturata e sgranata che assieme a qualche brano diegetico mantiene l’austerità del comparto tecnico dall’incipit all’atto finale. L’iter procedurale è corrotto quanto la burocrazia: Leave no traces non risolve il caso muovendo in direzione della verità, piuttosto questa è l’unica realtà conosciuta fin dalle prime battute.

La scelta di sacrificarsi in virtù di un principio morale rende possibile quella particolare empatia capace di legare chiunque osservi alla storia di Jurek, nemico in casa propria, estraneo in un ambiente che lo costringe al silenzio. Leave No Traces sebbene riesca con difficoltà ad indurre vette emotive, dialoga con lo spettatore con un ritmo commerciale e dinamico, sostenuto dalla veridicità del sottotesto storico che prosegue e fa riflettere ben oltre i titoli di coda. L’ambiguità del titolo tradotto in italiano – “Non lasciare tracce” – fugge dal definire un vero soggetto: se il riferimento principale è rivolto al modus operandi dei poliziotti per evitare di lasciare sulle vittime il segno delle percosse, dall’altro si riferisce alla vacuità del processo, incapace di vendicare la morte del giovane e destinato a non lasciare tracce come una goccia d’acqua nell’oceano.