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Le streghe di Roald Dahl tornano sullo schermo nell’ultimo film di Robert Zemeckis, con Anne Hathaway nei panni della Strega Suprema. Un invito ad amarsi per ciò che si è dentro, senza lasciarsi condizionare dal proprio aspetto esteriore. Disponibile sulle principali piattaforme di streaming dal 28 ottobre 2020.

“Le streghe sono reali quanto un sassolino nella scarpa. E sono qui, vivono in mezzo a noi, gomito a gomito. Assumono le sembianze familiari della vicina di casa, della vecchietta sull’autobus, dell’insegnante di matematica e si nascondono ovunque nel mondo. Esistono, e odiano i bambini.”

La voce narrante del protagonista (Jahzir Kadeem Bruno) racconta la sua storia, che ha inizio nell’Alabama degli anni ’60. Nel giorno del suo ottavo Natale il piccolo perde i genitori in un incidente stradale e viene accolto in casa dalla nonna materna (Octavia Spencer, The Help, Il diritto di contare), una donna forte e dal cuore grande, pronta a prendersene cura allontanando ogni tristezza. Durante una visita al negozio di alimentari, mentre la nonna discute con l’amico Raymond sulla qualità delle foglie di insalata, il bambino viene avvicinato da una donna misteriosa con lunghi guanti neri, un copricapo vistoso e un serpente che le circonda il braccio. Prima di poter accettare il dolcetto offerto dalla signora, la nonna richiama il nipote e la figura spaventosa sparisce. Quando il bambino riferisce l’accaduto, la nonna gli racconta la storia di Alice Blue, una vecchia amica d’infanzia che, dopo aver accettato un dolce da una sconosciuta, si trasformò in una gallina. “Quando una strega entra nella tua vita, non ti lascia andare”, così insieme alla topolina Gigia, nonna e nipote fanno i bagagli e raggiungono il lussuoso Grand Orleans Imperial Island Hotel gestito da Mr. Stringer (Stanley Tucci, Hunger Games, Il caso Spotlight). Una schiera di streghe fa l’ingresso nella hall dell’albergo, guidata dalla Strega Suprema (Anne Hathaway, Les Misérables): in pubblico non presentano alcun tratto tipico del folklore, sono ben vestite, con grandi parrucche acconciate e lunghi guanti di seta, ma quando sono sicure di non essere viste mostrano grandi denti aguzzi, mani senza dita e teste calve. Quando Bruno Jenkins, il figlio di una ricca coppia dell’hotel, viene trasformato in topo, i suoi amici uniranno le forze per contrastare il piano malvagio delle Streghe e salvare i bambini di tutto il pianeta dal loro oscuro potere.

Le Streghe: da Roald Dahl a Robert Zemeckis, i mille volti delle streghe

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Robert Zemeckis (Back to the Future, Cast Away) dirige Le Streghe, il film del 2020 scritto a quattro mani con Guillermo del Toro (Il labirinto del fauno, Shape of Water) e tratto dall’omonimo romanzo per bambini di Roald Dahl (The Witches, 1983). Un soggetto già trasposto nell’adattamento originale di Nicolas Roeg, Chi ha paura delle Streghe? (1990), con Anjelica Houston nei panni della Strega Suprema.

La storia che Zemeckis sceglie di raccontare si avvicina maggiormente alla versione letteraria del soggetto, ad eccezione della scelta del protagonista, un bambino originario della Norvegia nel racconto di Dahl e afroamericano dell’Alabama nella trasposizione cinematografica del regista. Una storia che affonda le sue radici nel folklore adattandolo ad un nuovo pubblico trasversale, che rimane estasiato dalla costruzione fisica e caratteriale di questi personaggi ambigui, terrificanti e sinistri, personificazione delle paure irrazionali dell’infanzia. La meravigliosa fotografia di Don Burgess scorre come una diapositiva accompagnata dalla voce narrante, e introduce lo spettatore onnisciente in un vortice di ricordi e terrori ancestrali narrati secondo una prospettiva estetica del disgusto, in cui emerge cristallino il tocco di Guillermo del Toro, che nel progetto originario del 2008 avrebbe dovuto essere alla regia del film d’animazione in stop motion. La trasformazione orrorifica delle creature risalta grazie all’espressività caricaturale della Strega Suprema nell’attuazione di un piano concepito per debellare la loro più grande minaccia, i bambini, e disinfestare il mondo dalla loro presenza trasformandoli in piccoli ratti facili da schiacciare. Analogamente al romanzo di Roald Dahl, le streghe si presentano ben vestite, ornate da copricapi eccentrici e parrucche cotonate. Camuffate dietro l’apparenza, le streghe sono in realtà calve, ricoperte di pustole maleodoranti; hanno lunghi piedi, mani a chela di granchio con sole tre dita, unghie nere e appuntite, denti aguzzi, narici enormi e bocche larghissime squarciate da profonde cicatrici. La regia di Zemeckis conferisce alla pellicola un taglio senza dubbio più horror, con piani sequenza da cardiopalma e primi piani che si soffermano sui particolari ripugnanti: pustole, sostanze acide che corrodono il viso, esplosioni liquide, il tutto addolcito da un’armonia d’insieme che lo mantiene godibile per grandi e piccini.

Anne Hathaway, gli Stati Uniti e la morale squisitamente politica de Le Streghe

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Nell’adattamento di Robert Zemeckis nessun particolare è lasciato al caso. La decisione di tratteggiare il protagonista come un bambino orfano di origine afroamericane, la scelta di trasformarlo in un animale, precisamente in un topo, e di inserirlo ai margini in un contesto elitario e privilegiato dove nessuno sembra ascoltare davvero, non sono altro che “un mezzo politico per denunciare attraverso forme e colori d’intrattenimento un male più grande”: il razzismo negli Stati Uniti d’America, l’unico vero demone della storia, putrido e ripugnante, che si nasconde dietro l’elegante e acconciata perfezione.

Se è questo il tema di fondo di una storia più complessa che, sebbene raccontata secondo i dettami consueti delle storie per l’infanzia, mantiene la patina mostruosa del suo movente, stupisce come la pellicola sia stata oggetto di numerose critiche da parte dell’opinione pubblica, indignata con il regista per la soluzione visiva adottata nella rappresentazione delle streghe; in particolare oggetto di biasimo è stata la presunta derisione di soggetti affetti da ectrodattilìa (una malattia genetica che comporta il mancato sviluppo totale o parziale delle dita negli arti superiori/inferiori). Un rimprovero mortificante che ha costretto a scusarsi dell’accaduto sia la casa di produzione Warner Bros. sia Anne Hathaway nei panni della Strega Suprema. Un dispiacere, se si pensa alla morale del film, che “insegna ad amarsi per ciò che si è dentro a dispetto di ogni apparenza.”