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Marie (Astrid Berges-Frisbey) perde suo padre nel giorno in cui compie trent’anni. Il dolore la tramortisce fino a spingerla a lasciare la sua attività di ballerina professionista all’Opera di Parigi e a rinchiudersi in un isolamento denso di memorie e vuoto di speranza. La strozzatura subita dalla sua giovinezza in seguito alla perdita del genitore inghiotte passioni e slanci vitali, la conduce a rifugiarsi in alcuni testi lasciati dal padre a testimoniarne l’inquietudine, per interrogarli e avere, così, il pretesto di continuare a rimanere psicologicamente legata a lui, a ritardare il momento della separazione simbolica dalla sua figura. L’incontro con Paul (James Thierrée), l’ultimo a fotografare il padre prima della sua morte, incrina il suo proposito di autotumularsi, rimettendo in moto il flusso della vita.

L’autre: l’opera prima (e autobiografica) di Charlotte Dauphine al Taormina Film Festival

La difficoltà di superare la scomparsa del padre è al centro del film ‘L’autre’, presentato al Taormina Film Festival

Se volessimo applicare una lente psicologia a L’autre, opera prima di matrice autobiografica realizzata da Charlotte Dauphin, designer e direttrice creativa dell’omonima casa di gioielli, potremmo dire che si tratta di un film che mette in scena un complesso d’Elettra che si risolve solo grazie alla scomparsa del padre amato – una scomparsa che deve, però, trovare la via della simbolizzazione – e alla sua sostituzione con un altro uomo, in grado di ridare fiducia alle ragioni della vita rispetto a quelle della morte. Il film è, tuttavia, tutto sbilanciato verso la pulsione di morte, statico e luttuoso nel suo aggrapparsi all’immagine più che alla storia, tanto da risultare più simile a una video-installazione che a un’opera di finzione affidata ai linguaggi, ben più dinamici, propri del cinema.

L’autre: un film senza narrazione più simile a una video-installazione

Astrid Berges-Frisbey è una delle due Marie in ‘L’autre’, film di debutto di Charlotte Dauphin

Grazie a una fotografia sontuosamente elegante nella sua spettralità, L’autre comunica perfettamente il sentimento di stagnazione e annichilimento che segue a un lutto importante, ma allo stesso tempo elude di affrontare narrativamente i nodi essenziali soggiacenti, le ragioni di un attaccamento che dovrebbe vivificare e sostenere, pur nella cesura  rappresentata dalla separazione fisica dal genitore, la vita di una giovane donna e che, invece, la prosciuga e la isterilisce. L’altra che il titolo invoca, senza mai evocare, se non attraverso l’espediente dello sdoppiamento delle attrici – ‘l’altra’ Marie è interpretata da Anouk Grinberg – dovrebbe essere proprio quella, delle due, che ha attraversato il dolore e si è riscoperta diversa, ma questo attraversamento il film non lo mostra mai, mantenendosi sempre saldo al di là del confine.

Non è un caso se Paul, l’uomo amato da Marie, è il fotografo che ha ‘immortalato’ suo padre, un modo inconscio che la donna ha di restare nel solco tracciato dal genitore, per procrastinare ancora una volta l’elaborazione di un lutto, dimensione a cui, in fondo, per ragioni tanto profonde quanto inesplorate, lei desidera restare avvinghiata. L’assenza di racconto è, quindi, il limite maggiore di un film che schiaccia sotto il suo imponente spessore pittorico l’esilità non tanto dell’ispirazione o dell’urgenza quanto della sua articolazione e della sua concretizzazione, soprattutto per l’acerbità – e, in qualche modo, per l’essere fuori fuoco – della riflessione che lo sostiene.

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