GIUDIZIO CINEMATOGRAPHE

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LAmore non si sa, diretto da Marcello Di Noto e presentato all’Ortigia Film Festival, vince due premi importanti e si prepara a uscire nelle sale: prodotto da Ideacinema e Scirocco Cinematografica in collaborazione con Rai Cinema e distribuito da Antonio Carloni e Artex Film, raggiungerà gli spettatori dal prossimo 19 agosto 2021

Denis (Antonio Folletta), musicista seduttore e sornione (seduttore perché sornione!), flirta con disinvoltura non solo con amanti, amiche e fidanzate delle amiche, ma anche con la malavita, in un rapporto di connivenza che, sebbene non sfoci mai in aperta complicità, neppure si pone sul versante del ripudio. Quando, però, persone da lui amate perdono la vita per mano di un ‘misterioso’ serial killer, non gli è più concesso di continuare a disconoscere la realtà: il sacrificio degli innocenti lo richiama a un’assunzione di responsabilità.

Un pastiche di generi che si accende quando s’addentra nel territorio dei sentimenti

‘L’amore non si sa’ è l’opera prima di Marcello Di Noto

L’amore non si sa, opera prima di Marcello Di Noto, regista palermitano che ha avuto Andrea Camilleri come maestro di drammaturgia e che a lungo si è fatto le ossa in teatro, appare sospesa tra più generi: elementi thrilling si mescolano alle tinte fosche della tragedia sociale, asfittica e talvolta incline a cedimenti vittimizzanti; accenti enfatici o macabri propri del pulp s’avvicendano a modulazioni romantiche, a esplorazioni sensuali del territorio limaccioso dei sentimenti.

Ed è proprio quando s’insinua lì, nelle ambiguità e nelle torsioni impreviste degli affetti, che il film s’accende di una vitalità – e di una verità – che in altri segmenti appare sbarrata dalla confusione degli intenti e da un eccesso di manierismo. Lo dice, quasi programmaticamente, anche uno dei personaggi principali, quello di Nina (Diane Fleri):“è quando non succede niente che succede tutto”, da leggersi sia come monito a non scambiare la passività di fronte agli eventi come dispensa dal parteciparvi sia come sapere, conscio o inconscio, intorno all’accadere che si produce segretamente al di là delle stasi apparenti.

L’amore non si sa: il triangolo tra Denis, Nina e Marian s’inserisce nella cornice malavitosa di un Sud infuocato e omertoso

Il film ‘L’amore non si sa’ si apre con uno sfrenato country party in spiaggia

Se, dunque, la scena in cui Denis, al sentirsi rivolgere parole d’amore, s’annichilisce e perde all’istante il desiderio erotico non sembra contribuire alla costruzione psicologica del personaggio protagonista, depauperato, più che rinvigorito, dall’attribuzione di un tratto così banalmente e stereotipicamente ‘maschile’, l’avvicinamento tra lo stesso Denis e Marian (Silvia D’Amico), la “madonna araba” amata dall’amica Nina, è rappresentato con un gesto di scrittura più misurato e autentico, vibrante di quei movimenti impercettibili che, d’un tratto, rivelandosi, riscrivono l’ordito del quotidiano.

Ugualmente, quando gli amanti tentano di placare nell’incontro dei corpi l’angoscia di morte, qualcosa in quel viluppo sensuale materializza un’iconografia già vista; eppure, nel modo in cui, attraverso sguardi e parole, i due si ‘dicono’, senza dirselo, la paura e l’impazienza di vivere (e viversi), c’è il reale della contraddizione tra l’inevitabilità della comunicazione e le sue imperfezioni, insufficienze, incertezze.

L’amore non si sa: Antonio Folletto e Silvia D’Amico premiati per la loro interpretazione

Antonio Folletto e Silvia D’Amico interpretano Denis e Marian

Anziché richiamare schemi darwiniani – il pesce grande, se non divora, di certo domina il pesce piccolo, ma la sottolineatura, così come il film la incide, appare superflua – e a collocare il conflitto dell’individuo nel suo rapporto con l’ambiente, Marcello Di Noto avrebbe dovuto indagare cosa fanno i suoi personaggi con quel poco che concede loro la legge imposta dalla società in cui vivono (quella del più forte), tallonare i loro ondeggiamenti all’interno dei bordi stretti in cui possono sperimentarsi liberi, nello spazio sfrangiato e angusto di una soggettività assunta non senza patimenti, ma almeno senza alibi.

È quando il film devia rispetto ai codici, rinuncia ai bozzettismi e depone le ambizioni sociologiche che trova il suo respiro e la sua ragion d’essere, affidandosi ad attori affatto maldestri, ed anzi capaci di una grazia interpretativa mobile, ampia nelle sfumature. Non è un caso che i due principali siano stati premiati, all’interno dell’Ortigia Film Festival, proprio per la loro interpretazione nel film: ad Antonio Folletto è andato il Premio miglior interprete; a Silvia D’Amico il Premio interprete dell’anno veramente indipendente assegnato dal portale CinemaItaliano.info.